attualità, speciale libia

“Gheddafi? Morirà soffocato dal collasso della sua tenda”. Parola di bookmaker (fasullo)

Ci sono le quotazioni serie. E quelle un po’ meno. Le prime, dicono che la caduta di Gheddafi dalla guida della Libia è data 2 a 1. Tradotto: scommetti un euro, ne vinci due se il Colonnello fa un passo indietro. Tre giorni fa – informa l’agenzia di stampa specializzata Agipronews – la quota era 3, precedentemente era 9.

Poi ci sono le quotazioni farlocche. A farle è il sito filo-israeliano Israellycool.com che prende spunto dal discorsone di Gheddafi di 74 minuti e fa una sua personale serie di scommesse. Ridendo. Per cui se il Colonnello ha detto che morirà da martire, le quotazioni – quelle fasulle – lo vedono così sfavorito che se dovesse accadere lo scommettitore si porterebbe a casa 10mila volte il valore della puntata.

Muammar Gheddafi nella sua prima apparizione televisiva dall'inizio degli scontri

Più (im)probabili altri scenari di morte. L’uccisione di Gheddafi per mano di una delle sue vergini amazzoni è data 50 a 1. La fine del caro leader dovuta una reazione allergica alla sua tintura di capelli è fissata 30 a 1, mentre il decesso per colpa di un incidente aereo è data 20 a 1 (qui, i burloni del sito fanno notare l’ironia con la strage di Lockerbie).

Di scommessa in scommessa arrivano  gli scenari di morte più probabili. Un attacco di cuore dopo aver assunto il Viagra (8 a 1), un incidente durante il ballo del Flamenco (6 a 1), trafitto dall’improbabile ombrello che ha fatto vedere nella sua prima apparizione (5 a 1), strangolato dai «barbuti», gli uomini sconosciuti citati a un certo punto del sermone-delirio (4 a 1), soffocato dal collasso della tenda (3 a 1) e infine picchiato a morte da qualcuno stufo di cercare di pronunciare per bene il suo nome. In quest’ultimo caso si porta via il doppio del valore scommesso. Esattamente quanto si porterebbe via chi puntasse su una generica caduta politica.

© Leonard Berberi

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Israele, arrivano i minatori cileni. Per loro feste, visite e l’incontro con Simon Peres

Dagl’inferi alla Terra Santa. Quattro mesi dopo, eccoli qui Josè Enriques e i suoi amici, i minatori cileni diventati famosi in tutto il mondo. Scendono da un volo “El Al” allo scalo internazionale “Ben Gurion” di Tel Aviv. Accolti da un clima più che primaverile salutano, fanno fotografie e filmini. Sorridono. Abbracciano il ministro del Turismo, Stas Misezhnkov, l’ambasciatore del Cile, Joaquin Montes, e l’amministratore delegato della compagnia aerea, Eliezer Shkedi.

Della comitiva intrappolata in fondo a una miniera cilena, ne sono arrivati trentuno su trentatré. E tutti con le proprie famiglie. Per una settimana gireranno Israele quasi fossero delle star o delle personalità politiche mondiali. Visiteranno i luoghi sacri (dell’Ebraismo), lo Yad Vashem e anche il presidente Simon Peres (ora in Spagna).

Perché proprio in Israele?, hanno chiesto i cronisti. «Questa è la culla delle religioni», hanno risposto i minatori. «Siamo qui per ringraziare Dio per averci salvati e per entrare in contatto con Gesù». E magari per farsi una vacanza gratis. Visto che, alla fine, le spese saranno sostenute – in tandem – dalla compagnia aerea e dal ministero del Turismo.

L.B.

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Caos in Libia, a Bengasi 1.500 giovani rinchiusi sottoterra. VIDEO / Ecco i rastrellamenti

Millecinquecento persone sono state trovate a Bengasi rinchiuse in uno stanzone sottoterra e lasciate senz’acqua nè cibo dal 15 febbraio. La conferma arriva da un medico libico che ha visto la scena con i suoi occhi. Non è ancora chiaro se si tratti di stanze della polizia oppure di una costruzione privata. Per rinchiudere gli uomini hanno dovuto sprangare le porte. Per ora risulterebbero tutti vivi. (ascolta la testimonianza, in arabo)

Sempre da Bengasi arriva anche questo video: si vedono le forze di sicurezza di Gheddafi fare rastrellamenti casa per casa, alla ricerca di oppositori del regime.

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Dal Belgio verso Israele tutto in bicicletta. Dopo Schuster, ecco il viaggio di David e Iris

Sembra sia diventata una mania. O una moda. E il merito si deve, forse, a Stephen Schuster, il 45enne tedesco che sopra alla sua bicicletta ha percorso quasi 6mila chilometri dalla casa di Monaco di Baviera fino ad Haifa.

Lo stesso viaggio ora l’ha fatto un altro. Anzi, altri due: David Verlinden e la sua amica olandese Iris Baijens. Stavolta son partiti dal Belgio, hanno pedalato verso Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Serbia, Romania, Bulgaria, Grecia, Turchia, Siria, Libano, Giordania. In tutto: 5.778 chilometri lunghi tre mesi.

«In Bulgaria e Turchia ci hanno considerato dei pazzi», racconta David, 31 anni. E a chi gli chiedeva come fosse andato il tratto di strada lungo l’asse Siria-Libano, il ragazzo è stato sincero: «A parte i poster onnipresenti del presidente siriano Bashar al-Assad e a parte i servizi segreti, ci siamo sentiti al sicuro e siamo stati trattati bene». Certo, non hanno dovuto dire alla polizia dove erano davvero diretti: cioè in Israele.

Ancora qualche giorno di vacanza, poi i due amici ritorneranno a casa. Ma stavolta, come ha fatto anche il tedesco Schuster, il viaggio sarà a bordo di un aereo.

L.B.

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Italia-Libia, gli affari sono finiti?

In affari tutto è concesso? No, a tutto c’è un limite (logico). Le ultime notizie che arrivano dalla Libia sono pesanti. Le forze armate hanno appena bombardato i manifestanti a Tripoli con colpi di mitragliatrice dagli aerei e colpi di cannone, forse dai cingolati. Lo riferisce la rete televisiva Al-Jazeera, uno dei media arabi più accreditati.

A differenza delle crisi che hanno riguardato il Mediterraneo e il Medio Oriente, Tunisia e Egitto in primis, quella libica si è distinta per il copioso spargimento di sangue (300 morti) e si profila come una vera e propria guerra civile iniziata a Bengasi, capoluogo della Cirenaica, regione tradizionalmente avversa al regime del colonnello Muammar Gheddafi.

Per l’Italia il problema è considerevole. Non solo perché compagnie di stato come Eni e Finmeccanica sono partner della Libia. Non solo perché il colosso del calcestruzzo Impregilo investe in Libia. Non solo perché la prima banca italiana d’Europa, UniCredit, è di proprietà della Central Bank of  Libya al 4,35 per cento.

La questione è diplomatica. Oggi il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi si riunirà con il ministro degli Interni Roberto Maroni e quello degli Esteri Franco Frattini: è necessario monitorare sia la possibilità di nuovi sbarchi, visto che la Libia si era fatta carico, in cambio di investimenti italiani, di sorvegliare la sponda sud del Mediterraneo, sia capire quale posizione tenere nei confronti del colonnello, forse fuggito in Venezuela.

L’Italia – e questo è un dato sensibile – importa il 30 per cento delle risorse petrolifere dalla Libia (fate scorte di benzina o compratevi una bella bicicletta). Ieri il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, fermato dai cronisti a Milano, non ha voluto rilasciare commenti a riguardo. Al momento la posizione della diplomazia italiana non è soddisfacente e va in controtendenza rispetto a quella dell’Ue, che condanna fermamente quanto accade al di là del Mediterraneo.

Il ministro Frattini nel pomeriggio non sembrava certo un sostenitore della linea dura. Gli ultimi attacchi del regime ai propri cittadini non possono essere sottovalutati. Se prima infatti le relazioni con Gheddafi erano scomode, adesso diventano quasi impossibili. Si possono ancora fare affari con un regime repressivo di questa portata? Per l’Italia sarebbe bene prendere una decisione chiara e aiutare una transizione più che democratica se ha ancora intenzione di abbeverarsi in Libia.

Blue / Banana Markets

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L’Egitto conferma: le due navi iraniane stanno attraversando il Canale di Suez

La conferma ufficiale alla fine è arrivata: sono entrate nel Canale di Suez e si dirigono verso il Mediterraneo le due navi da guerra iraniane. Non succedeva dal 1979, anno della Rivoluzione iraniana. Israele continua a considerare l’atto una grave provocazione e ha allertato tutto gli apparati di sicurezza.

«Sono entrate alle 5:45 (le 4:45 in Italia, ndr)», ha dichiarato un funzionario del Canale di Suez. Il passaggio delle due navi, una fregata ed una nave di approvvigionamento, è stato autorizzato dal Consiglio militare al potere in Egitto dall’11 febbraio (giorno delle dimissioni di Mubarak). Una scelta diplomatica non semplice per il governo ad interim: il Cairo è un alleato degli Stati Uniti, ha un trattato di pace con Israele e le sue relazioni con l’Iran sono tese da oltre tre decenni. (l.b.)

Leggi anche: L’accusa di Israele: “Missili a lunga gittata su una delle navi militari iraniane” (del 19 febbraio 2011)

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