attualità, tecnologia

E Israele decide se dare l’ok o meno a Google Street View

Può un Paese iper-tecnologico avere paura della tecnologia? Sì, se quel Paese si chiama Israele. E se ai confini premono nemici, finti amici, nuove minacce e incognite grandi quanto l’Egitto.

Che sarebbe venuto il momento fatidico, quello dell’incontro tra ragioni di sicurezza e di progresso, questo gl’israeliani lo sapevano. Soprattutto ai ministeri della Difesa e dell’Interno. Ma la macchinina di Google Street View, quella con un complesso sistema di macchine fotografiche a trecentosessanta gradi, fa paura.

In settimana una speciale task force governativa si è riunita una prima volta e presto dovrà dare una risposta al colosso americano Google per quanto riguarda le autorizzazioni ad andare in giro e portare in tutto il mondo le strade lussuose di Tel Aviv, le lunghe discese – o salite – di Haifa, le vie piene di storia di Gerusalemme.

Uno scorcio di Tel Aviv (foto di Tom Iahat)

La commissione è chiamata a valutare i possibili rischi che tale servizio può arrecare al Paese. Vedi alla voce “attentati”. In questo senso esiste un precedente: Google Earth, quello che utilizza le immagini satellitari, è parzialmente schermato. In pratica Israele dall’alto si vede, ma non al massimo della risoluzione possibile, così da evitare di dare il massimo numero di informazioni a possibili nemici dello Stato ebraico.

Ma Street Viev è diverso. Stavolta le foto non si possono pecettare. Le strade, gl’incroci, gli edifici, l’affollamento, le vie di fuga non si possono nascondere. Ed è su questo che dovranno produrre una documentazione rigorosa  i vari ministri: Dan Meridor (Intelligence), Limor Livnat (Cultura e Sport), Moshe Kahlon (Comunicazioni e Welfare), Michale Eitan (Scienza e tecnologia), Stas Misezhnikov (Turismo) e Yossi Peled (senza portafoglio).

Il sì non è scontato. Anzi, per ora prevarrebbe il parere negativo. Ma il Paese dovrebbe poi fare i conti con tutta una serie di considerazioni e controffensive di Google. Si porrebbe un problema di coerenza con la sua immagine di Stato che incentiva l’uso della tecnologia e investe miliardi di dollari nel settore (si pensi al distretto di Tel Aviv e a quello di Be’er Sheva).

L’altra questione è puramente economica: le big del settore a livello mondiale negli ultimi anni hanno investito molti soldi nel Paese. Un parere negativo al servizio Street View potrebbe spaventare eventuali nuove società. Nel 2011, per esempio, la sola Intel ha stanziato 2,7 miliardi di dollari per il micro-chip di ultima generazione che sarà elaborato nel complesso di Kiryat Gap.

Google non è stata da meno. Oltre a comprare decine di start up (nate grazie ai fondi del governo e dei privati), ha acquistato anche l’israeliana Quiksee. Non una società qualsiasi, ma quella – unica al mondo – che ha sviluppato la tecnologia che consente agli utenti di costruire aree in realtà virtuali, in tridimensione, proprio là dove il servizio di Street View non può arrivare.

Entro poche settimane la commissione dovrebbe dare il suo responso. E a quel punto si scoprirà se lo Stato ebraico ha optato per la sua sicurezza interna – a tutti i costi – o per l’apertura alla tecnologia, e quindi anche agl’investimenti.

© Leonard Berberi

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