politica

Si spacca il Partito laburista. Barak dà il via a una forza di centro

Si sfalda in Israele ciò che resta del Partito laburista, per decenni forza cardine del Paese, titolare dell’eredita politica dei padri fondatori dello Stato sionista da David Ben Gurion in giù. L’ultima scissione è stata consumata oggi a sorpresa dallo stesso leader della formazione, il ministro della Difesa, Ehud Barak, il quale ha abbandonato la nave per fondare un nuovo movimento “moderato”, portando con sè una minoranza di deputati decisi a restare ben saldi sulle poltrone garantite dalla contestata alleanza con le destre del governo a guida Likud di Benyamin Netanyahu: alleanza che 3 ministri fedeli alla vecchia casa madre si sono impegnati invece a lasciare definitivamente, in un diluvio di polemiche.

La mossa non mette per ora in crisi la tenuta della maggioranza, che perde alcuni pezzi, ma conserva un solido quoziente di 66 seggi su 120 alla Knesset (parlamento). E che secondo Netanyahu potrà contare anzi su una «stabilità rafforzata» per riproporsi ai palestinesi – cauti su quelli che da Ramallah vengono definiti ufficialmente «affari interni» della politica israeliana – quale unico partner su piazza di una sempre più ipotetica ripresa del negoziato di pace.

Apre tuttavia le porte a nuove fibrillazioni di palazzo destinate fra l’altro a segnare un’ulteriore tappa nel declino dei laburisti: condotti nel 2008 da Barak al minimo storico di consensi nelle urne, con uno score di 13 parlamentari contro i 42 dell’era Rabin, e a un umiliante quarto posto fra i gruppi della Knesset. Sia come sia, l’ex generale più decorato della storia d’Israele – precipitato in un abisso d’impopolarità dopo essere stato nel 1999 l’ultimo alfiere del Labour in grado di vincere le elezioni e scalare la premiership – ha varcato il Rubicone: sinistra addio. Il suo nuovo partitino si chiamerà ‘Atzmaut’, che in ebraico significa indipendenza.

Per il momento ne entrano a far parte non più di cinque dei 13 deputati laburisti superstiti, tra cui il ministro dell’Agricoltura Shalom Simhon, il viceministro della Difesa Matan Vilnay, e l’eccentrica onorevole Einat Wilf, nota per aver osato chiedere qualche mese fa di archiviare l’icona di Yitzhak Rabin: leggendario eroe di guerra liquidato come un perdente per aver simboleggiato da primo ministro (a metà anni ’90 e prima d’essere assassinato da un estremista della destra ebraica) gli accordi di pace di Oslo.

La nuova lista avrà una piattaforma ideologica «sionista, centrista e democratica, nello spirito degli insegnamenti di Ben Gurion», ha assicurato Barak. «Continueremo a lavorare anche per portare avanti il processo di pace con il mondo arabo e in primo luogo con i palestinesi», gli ha fatto eco Vilnay, pur polemizzando con gli ormai ex compagni di partito accusati di guardare al negoziato «sempre con un cronometro in mano».

Parole a cui i laburisti esclusi dalla trasmigrazione – riavutisi dalla sorpresa e dallo shock iniziali – non hanno mancato di replicare. Innanzi tutto con le dimissioni immediate dei ministri Benyamin Ben Eliezer, (Industria), Yitzhak Herzog (Affari sociali) e Avishai Braverman (Minoranze). Quindi con un contrattacco pungente. Quella di Barak, ha dichiarato il veterano Ben Eliezer – altro ex uomo d’arme al quale il partito si è affidato in attesa dell’incerta transizione verso nuovi vertici -, è stato «l’atto disonorevole di un capo che è fuggito dalla porta di servizio», privilegiando l’interesse personale e il legame con l’amico Netanyahu (suo subordinato da militare nelle unità d’elite del Sayyeret Metkal) alla coerenza.

Ma – ha rincarato Herzog – è anche «l’epilogo di una mascherata» che libera il partito da una leadership logora e può aprirlo a forze fresche in grado di rilanciarlo. Sempre che non suggerisca l’annessione finale della socialdemocrazia israeliana a Kadima: il contenitore di centro, guidato dalla figlioccia di Ariel Sharon, Tzipi Livni, che dall’opposizione già strizza l’occhio invocando il voto anticipato. (Ansa)

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