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Natale, ecco le notizie da Israele e Palestina

(Reuters)

La carica dei cinquecento. Circa 500 fedeli della comunità cristiana della Striscia di Gaza, l’enclave palestinese controllata dagli islamico-radicali di Hamas, si sono messi in marcia in vista del Natale per raggiungere Betlemme, in Cisgiordania, attraverso il varco israeliano di Eretz. I fedeli potranno partecipare ai riti della Natività nella città di Gesù grazie a speciali lasciapassare concessi in occasione della festività cristiana dalle autorità israeliane, che hanno imposto ferree restrizioni lungo i confini con la Striscia fin dall’ascesa di Hamas nel 2007. Secondo le stime più generose, la presenza cristiana dell’enclave conta in totale – fra ortodossi e cattolici – circa 3.500 persone su oltre un milione e mezzo di abitanti musulmani. Si tratta di una comunità che ha subito attacchi vandalici e intimidazioni durante gli scontri del 2007 che portarono al potere Hamas e sulle cui condizioni anche oggi continua a emergere di tanto in tanto qualche segnale d’allarme. Il vertice politico di Hamas si è ripetutamente impegnato negli ultimi tempi a garantire protezione alla sparuta minoranza religiosa.

Bontà natalizia. Israele consentirà agli agricoltori e agli imprenditori palestinesi della Striscia di Gaza di esportare all’estero merci prodotte nel territorio. sarebbe la prima volta dal giugno 2007. È quanto riferisce la radio militare israeliana, precisando che sinora era stata consentita solo l’uscita di merci prodotte nell’ambito di progetti internazionali. Da domenica nella Striscia di Gaza dovrebbe essere tutto pronto per il nuovo ritmo di esportazioni. La notizia arriva dopo che l’8 dicembre il gabinetto israeliano della sicurezza ha autorizzato un «significativo aumento» delle esportazioni dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania, sulla base di un coordinamento con l’Autorità nazionale palestinese, e all’estero.

(Miriam Alster / Epa)

Turisti della natività. Tornano i turisti a Betlemme, dove in vista del Natale ormai imminente si consolidano i segnali positivi di un rilancio delle presenze di pellegrini e ospiti dopo qualche anno di relativa stasi. A confermarlo all’Ansa è il vicesindaco, George Saade. «Il periodo natalizio – spiega Saade – è cruciale per la nostra economia. Gli introiti maggiori vengono dal turismo, che noi cerchiamo di incentivare organizzando un fitto calendario di eventi». E i turisti non sembrano in effetti deludere le attese: gli hotel stanno facendo registrare in questi giorni il tutto esaurito, mentre dall’inizio del 2010 le presenze si sono attestate già a 1,1 milioni, un 20% in più rispetto al 2009. Non manca tuttavia il problema delle limitazioni di accesso. Israele ha annunciato la concessione di alcune migliaia di permessi speciali per il Natale, destinati in particolare a favorire lo spostamento interno ai Territori – e fra Betlemme e Gerusalemme – dei fedeli arabo-cristiani. Per il vicesindaco tuttavia non basta.

Numeri cristiani. Sono 153.200 i cristiani (2% della popolazione) registrati all’anagrafe israeliana per questo 2010. Il dato è stato reso noto dall’Ufficio centrale di statistica di Gerusalemme. Tra questi, poco più dell’80% sono arabo-israeliani e la maggior parte è arrivata dalle ex repubbliche sovietiche negli anni Novanta grazie alla “legge sul ritorno”. Nazareth è la città dove si concentra la maggior parte (22.300 persone), seguita da Haifa (13.700) e Gerusalemme (11.500).

(Leonard Berberi / Agenzie)

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La minaccia di Assange: “Presto file segreti sulle operazioni israeliane”

Forse Netanyahu ha esultato troppo presto. «I documenti pubblicati confermano che il mondo intero è con noi», aveva detto subito. E, forse, la stampa israeliana ha chiuso troppo preso l’affare. «I file non rivelano nulla di preoccupante per il nostro Paese», avevano scritto.

Ma la realtà sembra essere un’altra. In un’intervista al programma “Frost over the world” di “al-Jazeera English” (il video dell’intervista lo trovate in basso, nda), Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, ha detto che nei prossimi mesi il suo sito pubblicherà migliaia di documenti che contengono informazioni riservate sullo Stato ebraico.

Dalle anticipazioni dello stesso Assange – apparso dimagrito, con la barba incolta e il colletto della camicia sbarazzino -, due sembrano i filoni più “preoccupanti” per Israele: la Seconda guerra in Libano e l’omicidio a Dubai del dirigente di Hamas, Mahmoud al-Mabhouh. Il contestato fondatore di WikiLeaks ha spiegato che fino a oggi dal suo sito sono stati diffusi solo pochi documenti relativi a Israele. Ma che dall’archivio, nelle prossime settimane, usciranno oltre 3.700 file che hanno a che fare con lo Stato ebraico, prodotti in gran parte dall’ambasciata Usa a Tel Aviv.

«Molti di questi file sono classificati come “top secret” e contengono informazioni sulla guerra tra Israele e gli sciiti libanesi di Hezbollah nell’estate del 2006», ha detto ancora Assange. Mentre altri documenti proverebbero il coinvolgimento del Mossad, i servizi segreti israeliani, nell’omicidio di al-Mabhouh, a Dubai all’inizio dell’anno.

Assange ha poi concluso l’intervista assicurando di non aver mai avuto rapporti diretti o indiretti con Israele. Ma ha anche detto che «l’intelligence del paese ebraico sta monitorando da vicino le attività di WikiLeaks».

© Leonard Berberi


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Immigrazione, esplode la rabbia degli israeliani: “Via gli africani dal nostro Paese”

"Non è razzismo, ma sopravvivenza", recita il cartello di alcuni manifestanti contro l'immigrazione africana nelle città israeliane

Sembra la Padania. Se non fosse che fa più caldo, non domina il verde e non c’è un leader alla guida. Non ancora, almeno. Ma le parole urlate ieri per le vie periferiche delle grandi città hanno fatto gridare qualcuno a una nuova forma di “leghismo”. E di razzismo. Non in Italia. In Israele.

«Non vogliamo aver paura a casa nostra». «Gli infiltrati devono tornarsene a casa loro». Questi e altri slogan sono stati urlati ieri da centinaia di abitanti dei rioni proletari di Tel Aviv e di altri centri urbani israeliani. In tutto il Paese ci sono state molte manifestazioni contro la crescente presenza nelle loro strade di immigrati africani entrati in Israele nella speranza di trovare lavoro. Nella città di Bat Yam, a sud di Tel Aviv, altri dimostranti sono scesi in piazza per chiedere l’espulsione dalle loro strade di arabi originari di Jaffa accusati di «sedurre e corrompere» le donne ebree.

«Spirano pericolosi venti xenofobi, fomentati da gruppi radicali di destra e da rabbini nazionalisti», sintetizzano i principali quotidiani dello Stato ebraico. E non sempre si tratta solo di parole. Tanto che, fatti i conti qualche giorno dopo sembra l’inizio di una guerriglia. Ad Ashdod (a sud di Tel Aviv) alcune persone non identificate hanno tentato di dar fuoco a un appartamento abitato da cinque sudanesi. A Tel Aviv ragazze di colore sono state malmenate ed insultate da un gruppo di ragazzi. A Gerusalemme la polizia ha arrestato dieci giovani ebrei (fra cui diversi minorenni e alcune ragazze) sospettati di aver sistematicamente aggredito nel centro della città arabi «sorpresi a corteggiare ragazze ebree».

E loro, gli immigrati africani, che fanno? Molti lavorano. Altri bivaccano. E quasi tutti sono preoccupati e spaventati. Negli ultimi giorni hanno tentato di dire la loro, aiutati dai centri sociali israeliani. Ma sono stati zittiti dalla massa di persone che urlava loro contro. E si è sentito anche qualcuno dire: «Forse il governo farà qualcosa per proteggerci». Per ora, il governo, decide di non decidere.

Nel 2010 sono entrati nel Paese 13 mila immigrati africani. Si trovano soprattutto a Eilat, Arad, Ashdod e nei rioni poveri di Tel Aviv. Il fenomeno dei lavoratori stranieri è iniziato con la seconda Intifada, nel 2000, quando i palestinesi hanno cessato di entrare in Israele. Sono stati sostituiti da thailandesi (per i lavori agricoli), cinesi, romeni e turchi (per i lavori edili) e filippini (per l’assistenza agli anziani). Poi sono arrivati gli africani. E la situazione s’è fatta esplosiva.

© Leonard Berberi

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Gli ebrei libici chiedono 400 milioni di euro a Gheddafi e Berlusconi. L’Italia dice sì

I conti con il passato si fanno abbastanza presto. Per quel che hanno combinato Mussolini e Gheddafi in Libia il risarcimento ha già un prezzo stabilito: 400 milioni di dollari. E mentre il secondo è vivo e vegeto e quindi può rispondere a titolo personale (si fa per dire), il prima è morto e sepolto. Così tocca a chi oggi tiene le redini del Belpaese rispondere – economicamente, s’intende – alle richieste di risarcimento.

Dicono i bene informati che qualche settimana fa, alla sede americana delle Nazioni Unite, c’è stato un incontro segreto «franco, cordiale e costruttivo». Seduti a un tavolo c’erano un fidato collaboratore di Gheddafi, un paio di parlamentari italiani e alcuni avvocati. Italia e Libia sono chiamati a rispondere di quello che hanno fatto agli ebrei nello Stato nordafricano. Perché, è l’accusa, sia i primi che i secondi hanno maltrattato la popolazione ebraica. «L’Italia, durante il colonialismo, ha mandato nei campi di concentramento molti ebrei. La Libia, salito Gheddafi al potere, li ha cacciati quasi tutti dal Paese (oltre 120 mila)».

Muammar Gheddafi e Silvio Berlusconi (foto Afp)

A gestire la battaglia legale è stato chiamato Alan Gershon. Non è un legale qualsiasi Gershon. Fino a oggi è stato l’unico avvocato ad aver costretto Gheddafi a sborsare dei soldi per la strage di Lockerbie del 1988, dove l’esplosione dell’aereo Pan Am 103 ha provocato la morte di duecentosettanta persone.

Gershon è assistito dall’ex deputato israeliano David Mena e da un team di colleghi italiani che stanno lavorando sulla disputa per il risarcimento dei danni. Nel tavolo dei “negoziati”, data la complessità, ci sarebbero anche un ex ministro degli Esteri del nostro Paese (si fa il nome di Renato Ruggiero, ma la notizia non è confermata) e un parlamentare italiano di religione ebraica del governo Berlusconi.

Al momento la richiesta non è stata ufficializzata e nemmeno depositata presso qualche cancelleria. «Preferiremmo arrivare a un accordo con il governo libico e quello italiano senza dover ricorrere alle aule dei tribunali», ha chiarito Meir Kahlon, portavoce dell’Organizzazione internazionale degli ebrei discendenti dai libici. E rivela anche la posizione del nostro Paese: «L’ambasciatore italiano ha detto che Roma è disponibile a risarcire gli ebrei libici, ma la richiesta di accordo deve venire da Tripoli».

Da Roma, per ora, non confermano. Ma nemmeno smentiscono. Dalla Farnesina si limitano soltanto a dire che per quel che è successo in Libia deve risponderne Gheddafi.

In tutto questo, non risulta ancora chiara la divisione del risarcimento: Libia e Italia dovranno pagare 200 milioni di euro a testa? O uno dei due dovrà sborsarne di più dell’altro? Domande. Dubbi. Che a Roma, a sentire chi sta seguendo la vicenda, in questo momento provoca solo un grandissimo fastidio.

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Israele, sulle nuove banconote il veto del figlio di Begin

Sarà che è un ministro senza portafoglio. Sarà che non gli andava di vedere la figura del padre passare di mano in mano per essere scambiata, stropicciata, strappata, usata per pagare le prestazioni sessuali. Sarà per tutto questo, ma al governo Netanyahu hanno un problema in più. Piccolo problema, paragonato agli altri che chiamano ai confini. Però comunque un grattacapo ulteriore.

Benny Begin, ministro della Scienza, ha detto no alla produzione di nuove banconote dello Shekel con l’immagine del papà, Menachem Begin. C’è un piccolo particolare: il veto è arrivato dopo che il premier Netanyahu aveva autorizzato il governatore della Banca d’Israele, Stanley Fisher, a stampare nuovi tagli con i volti di importanti leader tra cui Yitzhak Rabin, Shai Agnon e il poeta Rachel. E Menachem Begin.

Il premier Netamyahu e, alle spalle, il ministro della Scienza Benny Begin

Chi ha assistito alla riunione di chiarimento parla di momenti di vera e propria commedia. Con da un lato il primo ministro Netanyahu, spalleggiato da Stanley Fisher. E dall’altro il figlio a capo di un ministero «senza portafoglio». In mezzo l’ex premier Menachem. «La nostra famiglia si oppone decisamente alla utilizzazione del volto di mio padre sulle banconote», ha detto Benny Begin durante la seduta del consiglio dei ministri.

A quel punto, scrivono i cronisti israeliani, il premier sarebbe rimasto a bocca aperta. Ed è sbottato. «Ma non potevate dire prima che siete contrati?», ha chiesto al suo ministro. «L’abbiamo fatto già sei mesi fa, ma evidentemente nessuno ci ha ascoltati», ha replicato Benny Begin. «Scopro solo adesso che la Banca centrale ha continuato a lavorare come se nulla fosse». A quel punto Netanyahu ha chiesto al governatore Fisher di rinviare ogni decisione sulle nuove banconote.

E dire che il governo israeliano pensava di rendergli onore. Pensava di ricordarlo in un modo degno questo premio Nobel per la Pace nel 1978. Ed è per questo che avevano messo a punto tutto: il taglio, l’immagine, la frase di commemorazione, la tonalità di colori. Solo che non aveva fatto i conti con la famiglia. E con il figlio, ministro «senza portafoglio».

© Leonard Berberi

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attualità

E’ Helen Thomas il personaggio più antisemita dell’anno

Sul primo posto, quest’anno, non c’erano proprio dubbi. Sul resto della classifica, invece, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Perché, dicono dal Centro Simon Wiesenthal, questo 2010 è stato forse tra i più antisemiti.

E allora. Il trofeo lo vince la novantenne Helen Thomas. È la veterana del giornalismo americano ad essere considerata la persona che ha detto la frase più diffamante nei confronti degli ebrei. «Gli ebrei se ne devono andare dalla Palestina perché quello non è il loro posto», aveva detto la Thomas agli inizi di giugno. E l’aveva fatto di fronte a un telefonino dotato di videocamera. Quel video (che potete vedere qui) ha fatto il giro del mondo e la corrispondente dalla Casa Bianca è stata costretta a dimettersi. Nel farlo, s’è scusata con gli ebrei. Ma qualche giorno fa è tornata alla carica. E ha aggiunto: «Il Congresso americano, la Casa Bianca, Hollywood e Wall Street sono in mano ai sionisti».

Il secondo gradino, quindi medaglia d’argento dell’antisemitismo, è di Oliver Stone. Il regista ha detto, ed era gennaio 2010, che «Hitler è stato un facile capro espiatorio della Storia ed è stato usato per coprire altre colpe». E a luglio ha spiegato meglio: «Hitler ha fatto più danni ai russi che agli ebrei. E qui da noi sono la lobby più potente del Paese. Israele ha fregato la politica estera americana per molti anni».

Al terzo posto s’è piazzato l’ex primo ministro malese Mahatir Mohammad. In un tripudio di antisemitismo, Mohammad ha detto che «gli ebrei sono sempre stati un problema per l’Europa. dovrebbero essere confinati in ghetti per essere poi massacrati periodicamente».

Giù dal podio, ma per poco, il vice ministro dell’Informazione dell’Autorità nazionale palestinese, Al-Mutawakil Taha che si è limitato – si fa per dire – a evidenziare come «non ci siano evidenze storiche che colleghino l’area del Muro del Pianto all’Ebraismo». E quindi Gerusalemme tutta dovrebbe essere palestinese.

Tra i top ten sono finiti anche Thilo Sarrazin, della Banca centrale tedesca, Karel de Gucht, capo negoziatore del commercio dell’Unione europea, Rick Sanchez, ex corrispondente della Cnn, Petras Stankeras, storico e consigliere del ministero dell’Interno lituano, Christina Patterson, giornalista britannica dell’Indipendent.

Decimo, e ultimo, posto ai social network: Facebook, Twitter e Yahoo. Ma si sa che, soprattutto in questo 2010, gli imbecilli son finiti a discutere negli spazi virtuali.

© Leonard Berberi

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Gaza, Hamas festeggia il compleanno distribuendo cioccolatini agli abitanti

«Da Hamas con amore». E giù dolci, caramelle, pensierini formato prelibatezze a colpi di zucchero. Pazienza se poi la vita, sotto Hamas, è tutt’altro che dolce. Quel che basta, forse, è il pensiero.

Quelli di Hamas, il gruppo paramilitare che comanda sulla Striscia di Gaza, hanno deciso di fare le cose in grande. Per festeggiare il 23esimo anniversario della fondazione, i simpatizzanti hanno bussato alle porte di 300mila famiglie palestinesi e hanno dato loro tanti cioccolatini.

Dicono i maligni che il gesto serve solo «a riprendere i contatti con la popolazione». Replicano quelli di Hamas che tutto questo non è assolutamente vero. Ma è un fatto che dal 2006 – anno della vittoria elettorale a Gaza – il supporto al gruppo è sceso di oltre la metà e, se si votasse oggi, Hamas prenderebbe solo il 23,7% dei voti.

Economia, sicurezza, corruzione legittimità internazionale. Ecco i punti deboli dell’amministrazione dei soldatini di Dio. La disoccupazione galoppa e l’occupazione si sta lentamente spostando verso quella dei tunnel illegali con l’Egitto. Mentre il pugno di ferro nei confronti d’Israele e anche dei fratelli della Cisgiordania sta allontanando i palestinesi dalla leadership.

«Siamo stanchi di questo isolamento imposto dagl’israeliani», ripetono sempre più spesso gli abitanti di Gaza. Ma non ce l’hanno con lo Stato ebraico. Ce l’hanno con Hamas. Perché è colpa del gruppo paramilitare – pensa la maggioranza – «se Israele chiude ogni ingresso al nostro territorio».

L.B.

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