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Il funambolo Netanyahu

di JANIKI CINGOLI*

Netanyahu si sta producendo in un autentico esercizio di funambolismo: tenere in piedi la sua coalizione senza scontentare gli USA, riaprire il negoziato con i palestinesi senza rompere con i coloni.
Dopo la fine della moratoria di otto mesi sugli insediamenti israeliani, avvenuta il 26 settembre scorso, i negoziati diretti con l’Autorità Nazionale Palestinese, riaperti  da meno di un mese, sono rimasti fermi, per il rifiuto del Presidente Abu Mazen di proseguire negli incontri se il blocco non fosse ripreso.

Il Presidente Obama non ha lesinato gli sforzi e gli incentivi per riannodare le trattative, arrivando a fine settembre a promettere, in una lettera al Premier israeliano, quanto mai nessun Presidente USA aveva fatto prima, in cambio di una nuova moratoria di tre mesi,: garanzia di non chiedere successive proroghe della moratoria; assicurazione che gli USA bloccheranno per un anno ogni proposta di risoluzione che possa essere considerata contraria agli interessi di Israele; impegno a sostenere la possibilità di una permanenza per un lungo periodo transitorio degli israeliani nella Valle del Giordano, anche dopo il raggiungimento di un accordo con i palestinesi; garanzie ulteriori per impedire il contrabbando di armi e missili  a Gaza e anche in un futuro Stato palestinese; e soprattutto un patto complessivo di difesa regionale, in grado di assicurare protezione anche contro le minacce iraniane anche dopo la nascita di uno Stato palestinese. Il Presidente americano si era anche detto disposto a rafforzare la capacità difensiva israeliana e ad aumentare di tre miliardi di dollari il pacchetto di aiuti militari annuali destinato ad Israele.

La lettera includeva l’impegno a fornire armamenti avanzati e sistemi di allarme rapido, inclusi i satelliti.
Il Premier israeliano non aveva in un primo tempo accettato la proposta, con la motivazione che questo avrebbe messo in crisi la sua coalizione, suscitando lo stupore della leadership statunitense. Ma al primo pacchetto di promesse, negli ultimi giorni se ne è aggiunta un’altra pressoché irrinunciabile, avanzata nel lungo incontro Clinton – Netanyahu dell’11 settembre: quella di venti aerei da combattimento di ultima generazione, gli F 35 stealth, i predatori invisibili che potrebbero essere preziosi in caso di un confronto con l’Iran.

A questo punto il Premier israeliano ha cambiato registro, e ha informato il suo Gabinetto ristretto dell’offerta americana, dichiarando che a suo giudizio essa doveva essere accolta nell’interesse di Israele. Ha però condizionato la sua disponibilità a portare al voto la nuova proposta di moratoria al ricevimento di una lettera scritta di impegni (un po’ come quella che Sharon ricevette nel 2003 dall’allora Presidente George Bush Junior). Egli deve affrontare la fiera resistenza, nella sua coalizione, non solo della destra legata ai coloni e di Israel Beytenu, il partito che fa capo al Ministro degli Esteri Lieberman, ma anche di larga parte del suo stesso partito, il Likud. Egli deve sperare nell’astensione dei ministri dello Shas, il partito religioso sefardita, per riuscire a far passare la richiesta USA.
Naturalmente gli stessi coloni sono sul piede di guerra, e hanno già iniziato le manifestazioni gridando al tradimento delle promesse fatte da Netanyahu, che aveva solennemente assicurato che quella cessata il 26 settembre sarebbe stata l’ultima moratoria.

I Palestinesi, dal canto loro, non sono felici dell’evolversi della situazione, e della enorme mancia promessa agli israeliani in cambio di ciò che essi considerano un loro diritto: il congelamento degli insediamenti era già previsto dalla Road map, dal 2003. Il Presidente Abbas ha perciò avviato una seri di contatti, a cominciare dal Presidente egiziano Mubarak, per verificare la possibilità di una approvazione, da parte dell’ONU, della nascita di uno Stato palestinese: una leva per forzare la resistenza israeliana, ma una leva di scarsa consistenza dati gli attuali orientamenti della leadership statunitense.

Obama, certamente indebolito dai risultati delle elezioni USA di mezzo termine, che hanno visto il rafforzamento dei parlamentari USA più favorevoli a Israele, sia repubblicani che democratici, ha quindi scelto la politica dell’appeasement verso lo Stato ebraico, cercando di evitare nuovi scontri, ma insieme di rilanciare in qualche modo il processo negoziale, o quel che ne è restato.

Dietro alla proposta di una moratoria di tre mesi, che in sé è sproporzionata alla entità delle offerte fatte a Netanyahu, si cela la speranza di riuscire, in questi tre mesi, a definire i confini del futuro Stato palestinese, depotenziando quindi lo stesso problema degli insediamenti: Israele avrebbe chiaro dove potrebbe costruire, e dove no, e gli scontri avrebbero fine. Ma Netanyahu ha già dichiarato di non voler dare precedenza alla questione dei confini, e che tutte le problematiche, a cominciare dalla sicurezza, dovranno avere lo stesso grado di priorità.

* Direttore Cipmo – Centro italiano per la pace in Medio Oriente

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