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E ora israeliani e palestinesi litigano sull’inquinamento delle industrie cisgiordane

(foto di Mohammed Ballas / Associated Press)

Ci sono giorni, nel paesino israeliano di Mitzpeh Ilan, in cui il sole non si vede nemmeno. Una nuvola di fumo densa, irritante e pericolosa avvolge l’area almeno una volta alla settimana. Brucia gli occhi, raschia la gola, porta tumori.

Non è nebbia. E nemmeno un fenomeno atmosferico. Ma il risultato del lavoro sul carbone al di là della separazione in cemento armato che divide Israele e Cisgiordania. L’impresa incriminata si trova in Palestina. E poco ci si può fare per far smettere tutto questo.

Ilan Sadeh, il capo del Consiglio regionale di Menashe, arriva dal Kibbutz Ma’anit, una delle aree più colpite. Negli ultimi mesi non ha fatto altro che bussare alle porte del ministero della Protezione ambientale di Gerusalemme e dell’Amministrazione civile per risolvere la situazione. La puzza e il fumo hanno raggiunto livelli insopportabili. «Vogliamo respirare aria pulita e vogliamo vedere i nostri soldati gettar via le maschere antigas», ha detto Sadeh ai cronisti israeliani.

Il carbone incriminato viene lavorato nel villaggio palestinese di Yabed, proprio al di là del muro di separazione. L’impresa brucia il materiale carbonifero per tre settimane intere ogni mese. Yabed è coperta dal fumo per quasi un mese. E da quando è stata la barriera – tre anni fa – le nuvole cancerogene arrivano anche nei paesini israeliani limitrofi: Mitzpeh Ilan, Ma’anit, Metser, Umm al-Qutuf.

I fumi del carbone bruciato (foto di Moti Milrod)

«I nostri famigliari hanno gli occhi irritati, i polmoni sofferenti e frequenti problemi cardiaci», fa il punto Ilan Sadeh. L’aria è così irrespirabile che il commando centrale dell’esercito israeliano ha ordinato ai suoi soldati di operare indossando una maschera.

Potrebbe intervenire l’Amministrazione civile israeliana. Potrebbe far chiudere l’azienda. Del resto funziona senza permessi. Viola qualsiasi disposizione ambientale. «Ma mandare a casa centinaia di lavoratori – hanno spiegato i vertici dell’Amministrazione – vorrebbe dire creare un terreno fertile per il terrorismo».

Ora gli occhi – è il caso di dirlo – sono puntati sul dottor Walid al-Basha, della città di Jenin. Il tecnico, tornato dopo sette anni di studi specialistici in Giappone, ha progettato una sorta di area di lavoro dove il lavoro di bruciatura continua come è stato fatto negli ultimi anni, ma tutto il fumo viene incanalato verso un tubo e sparate in un’area dove i venti non possono portarlo verso le zone abitate.

Ci sarebbero pure dei donatori e l’Autorità palestinese – insieme all’Amministrazione civile israeliana – hanno già dato l’ok. Ma i lavoratori non vogliono la creazione di al-Basha e, per ora, non l’adottano. «Questo nuovo sistema riduce il peso del carbone del 30%», hanno detto i dipendenti. «Meno carbone prodotto vuol dire meno soldi nelle nostre famiglie».

L.B.

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