attualità, politica

E nell’incontro milanese restano le distanze tra israeliani e palestinesi

Le distanze restano. E non è servita nemmeno una tavolata – con i sindaci di alcune città israeliane e palestinesi – a colmare almeno di poco il vuoto che, ancora oggi, c’è tra Stato ebraico e Cisgiordania. Per non parlare dell’ex primo cittadino di Gaza City. Ospite del convegno, è stato costretto a dare forfait: le autorità israeliane non gli hanno dato l’ok per raggiungere l’aeroporto di Tel Aviv, quelle di Hamas non l’hanno fatto passare per l’Egitto.

E insomma. Tavolata particolare quella organizzata ieri dal Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio oriente) in mezzo agli affreschi della sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del comune di Milano. Tanto pubblico – soprattutto anziani, a dire il vero –, qualche kefiah e, per una volta, israeliani e palestinesi seduti vicini. “Sindaci per la pace” – il titolo dell’iniziativa – prevede dibattiti tra quattordici sindaci ebrei e musulmani. «Perché la pace – dicono quelli del Cipmo – va costruita anche dal basso, dalle singole comunità».

L'incontro del Cipmo con i sindaci israeliani e palestinesi alla sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del comune di Milano (foto di Leonard Berberi / Falafe Cafè)

Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, all’inizio dell’incontro non nasconde un po’ d’emozione. Ma poi inizia a indossare i panni della lady di ferro versione meneghina. Ricorda il gemellaggio con Tel Aviv, anticipa che chiederà a Barenboim di riportare nel capoluogo lombardo la storica banda mista, sottolinea che «quello della pace è un processo lungo e difficile». Quindi si butta in una crociata sulla sicurezza delle città che, a un certo punto, un anziano signore si chiede se stia parlando della sicurezza delle due popolazioni in conflitto o di uno dei punti della sua prossima campagna elettorale per la rielezione. Nel tavolo dei relatori, il sindaco israeliano di Rishon Lezion si mostra perplesso. Quello palestinese (ma cristiano) di Beit Sahour (a pochi chilometri da Betlemme) sbuffa.

«Ci vuole molto coraggio per fa la pace», dice Hani Naji Hayek, il sindaco di Beit Sahour. «Dobbiamo cercare anche di evitare gli estremismi, per puntare sul dialogo e, soprattutto, sul rispetto reciproco». Il primo cittadino, per dieci minuti buoni, dice cose pacate. Poi, verso la fine, punta il dito contro Israele: «Devono smetterla con gl’insediamenti, devono rispettare i diritti degli altri e devono permettere ai palestinesi di farsi il loro Stato».

Dov Zur, sindaco di Rishon Lezion, una delle città più grandi di Israele (oltre 220mila abitanti), cerca di essere più diplomatico. «In un conflitto, ogni parte preferisce guardare alle differenze piuttosto che alle cose comuni con il “nemico”», dice. «Tra noi e palestinesi le distanze restano enormi, ma se sapremo trovare il nostro minimo comun denominatore allora ci avvicineremo sempre di più alla vera pace».

E gl’insediamenti? «Bisogna congelare il prima possibile le nuove costruzioni ebraiche in Cisgiordania», dice il primo cittadino di Rishon a Falafel Cafè. «Secondo me il blocco dovrebbe durare almeno sei mesi, così da far capire ai palestinesi che vogliamo davvero arrivare a una soluzione condivisa del conflitto». Netanyahu dice che una delle condizioni per la pace è il riconoscimento da parte dei palestinesi dello Stato ebraico. Il sindaco ci pensa qualche secondo. Poi dice: «Onestamente penso che sia una richiesta un po’ insensata. Che c’importa del riconoscimento palestinese? A noi ci riconosce già tutto il mondo democratico».

Fuori da Palazzo Marino, all’ingresso della Galleria e di fronte alla Scala le cose non cambiano. I vari sindaci israeliani sono tutti da una parte. Quelli palestinesi a un metro di distanza. Si sfiorano, incrociano gli sguardi. Ma poi nessuno rivolge la parola all’altro. Così, per almeno un’ora. Così per decenni.

© Leonard Berberi

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