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Israele blocca la costruzione di Rawabi, la prima città-sogno palestinese

Il rendering di Rawabi, la nuova città palestinese

Costruisco anch’io. No, tu no. Ma perché? Perché no. La si potrebbe raccontare anche così la storia, citando – e adattando – la canzone di Jannacci. Altrimenti, ma stavolta c’è di mezzo un bel po’ d’ironia, si potrebbe sostenere che c’è il primo caso di blocco delle nuove costruzioni in Cisgiordania dopo la moratoria di dieci mesi appena scaduta. Peccato che sia tutto “made in Palestine”. E i coloni, stavolta, non c’entrano proprio nulla.

Siamo a Rawabi. Pochi chilometri a nord di Ramallah, nel cuore della West Bank. Un posto, Rawabi, che è anche un sogno. Perché è qui, in mezzo a questa terra che a tratti lascia spazio al verde, che sorgerà la prima città palestinese.

Tutto è pronto da mesi. Il progetto, i rendering, il sito, i prezzi. Solo che da Gerusalemme qualcuno ci ha messo lo zampino. Gilad Erdan (Likud), il ministro dell’Ambiente israeliano, ha fatto sapere che – per ora – a Rawabi non si costruisce più. Bisogna «chiedere un’approfondita analisi sull’impatto che le costruzioni avranno sull’ambiente», ha detto il ministro. Soprattutto per quanto riguarda la discarica dei rifiuti.

I critici hanno attaccato la decisione. «Ma che c’entra il ministro israeliano sul nostro territorio?», ha urlato Abir Kubty, una portavoce dell’Autorità nazionale palestinese. C’è chi poi ha tirato in ballo ragioni politiche. «La politica non c’entra nulla», ha replicato via radio locale Erdan. «È puramente una questione ecologica». Certo, alla fine, il ministro non ha negato la propria ostilità al progetto edilizio, ma ha anche detto che «costruire una città comporta conseguenze drammatiche per l’ambiente, bisogna sapere dove scaricare le fognature e i rifiuti».

Rawabi (collina, in arabo), secondo i progettisti, è stata concepita come città «moderna, razionale, tecnologica». Un luogo destinato a soddisfare le esigenze delle giovani coppie palestinesi per un totale di 40mila persone. Un “fiore all’occhiello”, insomma. Ma anche un casino. Perché l’area è sotto l’amministrazione dall’Anp, la cui sicurezza è affidata all’esercito dello Stato ebraico e le strade che portano in quello che sarà il centro abitato sono tutte sotto il controllo israeliano.

A dare il via al sogno formato mattone è stato un ricco uomo d’affari palestinese che vuole investire – grazie anche a contributi esteri – miliardi di dollari. Per ora, con i soldi qatarioti, sono stati spesi poco meno di 600 milioni. I lavori sono iniziati l’anno scorso e ad oggi risultano in costruzione poco più di 4mila unità abitative. Che, se le cose continuano così, rischiano di diventare vere e proprie cattedrali – pardon: moschee – nel deserto.

© Leonard Berberi

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