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Ad Haifa va di scena “Shout”, la storia di un’amicizia in una zona dimenticata dal mondo

Alla fine della proiezione in molti sono scattati in piedi e hanno applaudito entusiasti. Qualcun altro, oltre a questo, s’è messo pure a piangere. Alla 26esima edizione dell’Haifa International Film Festival il film-documentario “Shout” s’è imposto come una delle opere più originali della rassegna cinematografica che si è conclusa il 30 settembre.

Diretto da due donne – Sabine Lubbe Bakker (belga) ed Ester Gould (olandese) – e prodotto in Olanda, “Shout” racconta la storia di due ragazzi diciottenni, Ezat e Bayan. Due amici adolescenti nati in uno dei posti più problematici e meno conosciuti del mondo: l’Altopiano del Golan. Una zona militarizzata tra Israele e Siria, occupata dallo Stato ebraico e sorvegliata dalle Nazioni Unite, alla ribalta grazie al film “La sposa siriana“.

Qui si trova il valico di Quneitra. Il passaggio – senza ritorno – per centinaia di drusi. E anche per Ezat e Bayan. Che, oltre ad essere grandi amici, decidono di andare a farsi una vita in Siria, perché loro si sentono siriani al 100 per cento. Tanto da cancellare le scritte in ebraico delle etichette dei prodotti. Solo che valicare Quneitra vuol dire prendere direttamente la cittadinanza siriana. E quindi non poter far più ritorno nel proprio villaggio.

Le registe seguono i due amici lungo le vie del loro villaggio prima e di Damasco poi. Li accompagnano nei divertimenti notturni della capitale. Registrano la libertà acquisita, ma anche le difficoltà di sentirsi davvero a casa. Perché la loro casa è altrove. È oltre il confine. Oltre una linea che non potranno più passare. Ma che potranno soltanto assaggiare urlando sempre più (in inglese: shout, appunto) per farsi sentire dai loro cari a mezzo chilometro più in là. Così, quella che è iniziata come un’avventura verso la «propria terra» si trasforma presto in una oggettiva difficoltà a trovare un posto nel nuovo mondo.

© Leonard Berberi

Il trailer del film-documentario “Shout”

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