attualità, politica

La rabbia di Netanyahu: “Abbiamo fatto la nostra parte. Ora tocca ad Abu Mazen”

(foto di Bernat Armangue / Ap Photo)

Chi gli è stato vicino nelle ultime ore, parla di un Netanyahu molto arrabbiato. Il premier israeliano vede i colloqui di pace sul punto di collassare. Continua ad essere tartassato dall’amministrazione Obama perché estenda la moratoria sulle nuove costruzioni in Cisgiordania. E pensa che l’Unione europea abbia già trovato il colpevole di questi negoziati falliti: e cioè lui, Netanyahu.

«Il mio esecutivo ha soddisfatto tutta una serie di richieste unilaterali per far ripartire il dialogo con i palestinesi», si sarebbe sfogato il primo ministro con i suoi più stretti collaboratori. «I palestinesi cos’hanno fatto? Niente, hanno solo rimarcato la loro posizione».

La questione non sarebbe solo diplomatica. «Per diciassette anni Ramallah ha continuato a dialogare con il nostro Stato e l’ha fatto mentre in tutta la Cisgiordania i coloni continuavano a costruire senza sosta. E solo ora questa diventa la condizione indispensabile per proseguire nei colloqui di pace?». «Noi abbiamo fatto la nostra parte per riportare Abu Mazen (il presidente dell’Anp) al tavolo dei negoziati. È venuto il momento che anche loro smussino un po’ le loro posizioni».

Festeggiamenti nell'insediamento di Ariel per la fine della moratoria sulle nuove costruzioni in Cisgiordania (foto di Ido Erez / Ynet)

Dubbi. Domande. Recriminazioni. E anche un’ammissione. «Non posso di nuovo imporre un congelamento delle nuove costruzioni in Cisgiordania», avrebbe detto Netanyahu secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth. «Non è stato per nulla facile bloccare l’edificazione per dieci mesi in Giudea e Samaria».

Da Ramallah – la capitale politica della Cisgiordania – continuano a rilasciare dichiarazioni alla stampa. Continuano a dire che se non ci sarà un nuovo blocco delle costruzioni da parte dei coloni israeliani ogni prospettiva di pace resterà un’illusione. Perché loro, i palestinesi, si ritireranno senza perdere un secondo.

Intanto, in una delle giornate più difficili per il premier israeliano, un membro del Likud, il partito di Netanyahu, propone un congelamento di due mesi. In cambio, però, l’amministrazione Obama dovrà garantire al governo di Gerusalemme un «pacchetto di garanzie» e di rassicurazioni in modo da convincere anche la parte più oltranzista dell’esecutivo di destra. Un modo elegante – e nemmeno tanto nascosto – per riportare il cerino dei negoziati nelle mani di Washington. E per non rimanere scottati.

Leonard Berberi

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