attualità, politica

Da Washington messaggi di pace sul Medio oriente. Ma le distanze restano

Il presidente egiziano Mubarak, il premier israeliano Netanyahu, il presidente americano Obama, l'omologo palestinese Abu Mazen e il re giordano Abdullah II. Tutti sul "red carpet" di Washington a discutere sulla pace mediorientale (foto AP)

È l’unica area dove i nemici storici – quando ci si mette di mezzo il mondo diplomatico – finiscono poi per chiedere la stessa cosa. Israele e Palestina cercano la pace. Netanyahu e Abu Mazen pure. I coloni e Hamas, invece, vogliono solo che i due leader se ne tornino a casa a non far nulla.

I primi colloqui a Washington, dopo venti mesi di stallo totale, sono andati proprio così. E si sono conclusi con Hamas che, in tarda serata, ha convocato i giornalisti per minacciare Israele.

«È giunto il momento delle decisioni difficili», ha detto il premier israeliano. «Una pace vera e duratura sarà raggiunta solo attraverso concessioni dolorose e specifiche da entrambe le parti. Sono convinto che possiamo farcela». Quali siano le concessioni non è dato saperlo. Quello che preme a Netanyahu diventa chiaro subito dopo: «Il desiderio di sovranità dei palestinesi deve essere riconciliato con la necessità di Israele di garantire la sua sicurezza».

La stretta di mano tra Abu Mazen e Netanyahu (foto AP)

«Inizia una nuova era di pace, giustizia, sicurezza e prosperità per i palestinesi e per il popolo israeliano», ha detto – emozionato – il leader dell’Autorità nazionale palestinese.

Tutti contenti. Sospiri di sollievo. Ottimismo alle stelle. Fino a quando i due capi tornano ad essere quello che son sempre stati: dei tifosi. Con Abu Mazen che ha invitato il governo israeliano a mettere fine alle attività dei nuovi insediamenti e a far cessare l’embargo sulla Striscia di Gaza. E Netanyahu a fargli sapere che il suo esecutivo non prolungherà la moratoria (che scade il 26 settembre) sugl’insediamenti.

Insomma, tutto come prima. Il sipario cala a Washington. La prossima tappa sarà in Egitto, il 14 e il 15 settembre, dove il rais egiziano Hosni Mubarak (anche lui presente negli Usa, insieme al re giordano Abdullah II) farà gli onori di casa. Scrive la nota conclusiva: «A Sharm El Sheikh si parlerà degli accordi quadro». Sotto sotto, però, verrà discussa una delle tante questioni cruciali: quella delle frontiere.

Leonard Berberi

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