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Cisgiordania, uccisi quattro israeliani. I coloni assaltano i palestinesi e tornano a costruire

L'auto crivellata di colpi nei pressi di Hebron (foto Reuters)

HEBRON – Piovono proiettili su un’allegra famigliola. Piovono mortai sul processo di pace. Ci sono voluti pochi minuti per far fuori quattro persone – tutti coloni israeliani residenti nei pressi di Hebron, una aspettava un bambino – e ci sono voluti una trentina di colpi d’arma da fuoco per trasformare l’incontro di Washington in una pura appendice diplomatica. Perché è bastato questo agli insediamenti ebraici della Cisgiordania per prendere le decisione più estrema: dalle sei di questa mattina si torna a costruire. Il blocco imposto da Israele non verrà più rispettato. E tanti saluti al fragile equilibrio.

Il fatto è che, a dirla tutta, al premier israeliano Netanyahu e al presidente palestinese Abu Mazen questo martedì di sangue ha fatto solo un gran favore. Tanto, con le premesse di questi giorni, i colloqui di pace di fronte a Obama sarebbero stati comunque un fallimento. E solo l’ultimo atto prima dei nuovi fuochi.

Quello di ieri nel villaggio di Bani Naim, nei pressi di Hebron, è stato un attacco in piena regola. Una dinamica che la squadra di soccorso che è giunta per prima sul luogo ha definito «feroce». I miliziani palestinesi – che nella serata di ieri si sono qualificati come il braccio armato di Hamas, le Brigate Ezzedin al-Qassam – hanno atteso il veicolo bianco e l’hanno fermato crivellandolo di colpi. Per essere sicuri di avere ucciso davvero tutti, hanno estratto i passeggeri, li hanno appoggiato al veicolo e li hanno uccisi a bruciapelo.

La notizia ha fatto il giro del Medio oriente. E del mondo. Da Washington i leader dei due paesi non si sono esposti più di tanto. Mentre parole di sdegno e condanna sono arrivate dal primo ministro palestinese Salam Fayyad. Per le vie di Gaza, invece, centinaia di persone hanno esultato e sventolate le bandiere verdi di Hamas. E proprio Hamas, oltre a minacciare l’Autorità nazionale palestinese, ha dichiarato che questo atto era soltanto l’inizio di una lunga serie.

In serata, decine di soldati israeliani si sono schierati nella parte palestinese di Hebron. Una città divisa in due e che, a fronte di 500 coloni palestinesi, vede circa 200mila cittadini palestinesi. Mentre negl’insediamenti ebraici è tornata la tensione e la paura. «Per ogni nostra vittima i palestinesi dovranno pagare un prezzo», hanno detto i leader religiosi dei coloni. E la reazione, un po’ scomposta, non s’è fatta attendere. C’è stato un lancio continuo di pietre contro le macchine palestinesi a Havat Gilad, Givat Assaf e l’area di Silwad. Mentre qualche chilometro più lontano, le forze di sicurezza israeliane hanno bloccato un gruppo di ebrei che aveva intenzione di distruggere una casa isolata abitata da una famiglia musulmana. Ancora più in là, a Naalin, una bottiglia molotov è stata lanciata contro un’auto palestinese. Per fortuna nessuno è rimasto ferito.

Ma la vera risposta agli attacchi palestinesi è arrivata a notte fonda. Con una decisione destinata a pesare sui colloqui e sulla stabilità dell’area. Il Moatzat Yesha, l’organizzazione che racchiude e coordina tutte le comunità ebraiche della Cisgiordania, ha deciso di non rispettare più il blocco delle costruzioni nell’area imposto dall’esecutivo di Gerusalemme. «Invitiamo tutti i coloni a iniziare a costruire dalle 6 di mercoledì mattina», hanno detto i leader dell’area. «Loro (i palestinesi, nda) ci attaccano e la risposta di noi sionisti sarà quella di costruire ovunque».

© Leonard Berberi

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