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Fugge dal paesino perché gay, ma i parenti lo sequestrano e lo picchiano per dodici ore

Angel aveva mollato tutto per andare a vivere a Tel Aviv. Una città che, ne era sicuro, avrebbe rispettato le sue preferenze sessuali. E l’avrebbe protetto. Ma non aveva fatto i conti con i parenti. Che, per nulla rassegnati, hanno percorso centinaia di chilometri per rintracciare il ragazzo, sequestrarlo, picchiarlo e convincerlo a tornare. Non solo nel suo paesino d’origine. Ma anche a tornare «normale».

È durato dodici ore l’incubo del giovane omosessuale di 19 anni, originario del villaggio arabo di Tamra, in Galilea, nel nord di Israele. Un fattaccio che oltre a risollevare la questione sulla «pericolosa omofobia degli arabo-israeliani», ha portato dietro le sbarre quattro uomini, tutti parenti della vittima e anche loro residenti a Tamra.

In realtà la storia andava avanti da un anno e mezzo. E già una volta il ragazzo era stato sequestrato. Ma quando la polizia, indotta in errore dallo stesso cognome, aveva fatto irruzione nella casa dello zio di Angel, i parenti l’avevano liberato. Ma solo per evitare l’arresto. E lui era tornato subito a Tel Aviv.

Il ragazzo, racconta il quotidiano on line Ynet, dopo aver detto ai suoi di essere gay, era scappato di casa per rifugiarsi nella più tranquilla – e aperta – Tel Aviv. Non sopportava più di dover stare in un posto che non approvava le sue scelte sessuali. Qui aveva iniziato a lavorare come drag queen per i locali della città e le sue foto erano finite sul web. E’ a quel punto che i parenti hanno alzato il livello dello scontro. Dicendo al ragazzo che l’avrebbero ucciso se non avesse tolto quelle foto. Ma Angel non ne ha la minima intenzione. E deposita una denuncia nella quale spiegava che si sentiva minacciato dai suoi famigliari che continuavano a chiedergli di tornare nel paesino e «a comportarsi come una persona normale».

Angel, il 19enne omosessuale rapito dai famigliari

«Tre mesi fa le cose sembravano tranquillizzarsi», continua il ragazzo. «Sono pure andato a un matrimonio di famiglia con i miei parenti e insieme abbiamo ballato e festeggiato. Ma qualche giorno dopo la mia famiglia ha ripreso con la solita storia. Mi ha intimato di tornare sulla retta via».

Lunedì sera però le cose sono precipitate. Quattro parenti, tutti uomini, sono arrivati in macchina a Florentin, uno dei quartieri più chic di Tel Aviv, armati di spray al peperoncino e hanno aspettato il ragazzo sotto casa. Appena l’hanno visto, in compagnia di un amico, sono saltati addosso a entrambi, li hanno storditi con lo spray e hanno costretto Angel a salire nel veicolo. «Ho pensato tra me e me: ecco, è questo il momento in cui mi uccideranno», racconta.

Dopo l’allarme, la polizia israeliana ha iniziato a rintracciare il ragazzo. E grazie alle telecamere di sicurezza posizionate lungo le strade è riuscita a scoprire la destinazione della macchina. Dopo mezza giornata di botte e minacce, i poliziotti hanno fatto irruzione nella stanza in cui era tenuto prigioniero. Mettendo fine, almeno per il momento, a un incubo formato famiglia.

Leonard Berberi

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Da Tom Cruise all’albero genealogico. Le dieci innovazioni (israeliane) che hanno cambiato il web

Ofer Adler deve ringraziare Tom Cruise. E il film “Mission: impossible”. In una scena, si vede l’attore mandare una mail e alla fine del testo inserisce una faccina. O meglio: un emoticon.

Da quel lontano 1996, lì, nella sala di un cinema di Tel Aviv, l’ex broker Adler – che allora aveva 26 anni – ha avuto l’idea geniale: rendere reale quella faccina vista nella pellicola. Del resto aveva cercato sul web quell’applicazione. Ma non l’aveva trovata. Così ci ha pensato su e s’è chiesto: perché non poteva farlo lui?

E così è stato. Dopo quattordici anni, Incredimail è uno dei marchi più famosi al mondo. Le sue applicazioni sono state scaricate più di 80 milioni di volte e in cento paesi. Insieme, è cambiato anche il modo di usare la posta elettronica. Non più il testo grigio e formale. Ma faccine divertenti e animazioni coinvolgenti. Poi è venuta la partnership con Google – dal luglio 2008 – e la società ha affrontato meglio di tutte la crisi: solo nel primo quadrimestre di quest’anno ha fatturato 7 milioni di dollari.

È solo uno degli esempi di successo di start-up israeliane. Perché per avere un’idea di quante ce ne sono nello Stato ebraico basta immettersi nella strada che da Tel Aviv porta ad Haifa, nel nord del paese. Le insegne, decine, stanno tutte ai bordi della strada. E ti accompagnano per chilometri. Negli anni quelle insegne sono aumentate. Fatti i conti, in pochi chilometri ce ne sono più di tremila. E sono quasi tutte start-up. Se poi si calcola che nel 2009, 447 società di high tech israeliane hanno fatturato circa 1,12 miliardi di dollari, non è riduttivo scrivere che sta venendo fuori un’altra Silicon Valley.

Migliaia di israeliani stanno contribuendo a cambiare il web. E lo fanno con pochi soldi e molta determinazione. Eccovi la top ten delle società high tech con la stella di Davide.

1. Answers.com

È stata lanciata nel gennaio del 2005. Tu fai la domanda e lui ti cerca le risposte più accreditate. In seguito è stata rinonimata “WikiAnswers” e negli Usa, nel 2009, è stata classificata come il secondo sito con più margini di crescita dopo Facebook.

2. MediaMind (ex EyeBlaster)

Un sistema web che permette di ottimizzare Internet ad uso e consumo di chi intende far pubblicità. Nel 2009, MediaMind ha curato la pubblicità online di più di 8.500 marchi in 55 paesi del mondo. Nei prossimi mesi intende quotarsi nel Nasdaq.

3. IncrediMail

Faccine, utility per il pc e software per la posta elettronica. Sono le armi vincenti di IncrediMail. Con una storia di cui abbiamo già scritto sopra.

4. iMedix

È un motore di ricerca globale dedicato soltanto alle questioni che riguardano la salute e la sanità. Mette insieme le informazioni medico-scientifiche basandosi anche sulle esperienze dei pazienti. È stata fondata nel 2007.

5. Outbrain

Ha iniziato a funzionare nel 2006 come un motore di ricerca dei blog da leggere. I blogger possono prendere questo widget e inserirlo alla fine di ogni post. Così da permettere ai lettori di dare un giudizio. Un ottimo strumento per districarsi nella giungla dei blog.

6. Kaltura

Fondata nel 2006, ma lanciata nel 2007, è la prima piattaforma online di video open source. Una sorta di Wikipedia dei video che offre la possibilità di ottimizzare i propri video. Ad oggi, più di 60mila web-publisher usano la tecnologia Kaltura. A partire da marchi quali Pepsi, Pbs, Sony Music.

7. Face.com

Fondata nel 2007, si tratta di una tecnologia di riconoscimento facciale che analizza e identifica le persone presenti in una foto caricata. È stata messa a disposizione come applicazione di Facebook nel 2009 e permette di taggare le foto in cui si trova un utente tra le tante sparse tra gli album degli amici virtuali.

8. MyHeritage

È un social network per le famiglie. Fondato nel 2003, aiuta gli internauti a costruire il proprio albero genealogico sulla base della condivisione globale delle informazioni. Ad oggi, MyHeritage conta 540 milioni di profili registrati e 47 milioni di utenti attivi.

9. FixYa

È un assistente online che si basa sulla comunità di esperti e consumatori dei prodotti tecnologici. Si può chiedere l’assistenza della comunità virtuale su tutto: dai problemi con un autoveicolo a quello con l’iPad. Le informazioni sono costantemente aggiornate e monitorate.

10. Conduit

È usato da TechCrunch, Amazon e altri 220mila siti. Ha rivoluzionato il modo degli editori e degli scrittori di editare i loro contenuti e allargare le fette di mercato. Ha permesso anche di rendere famose opere che faticavano attraverso i canali classici. Secondo recenti calcoli, 19 nuovi utenti ogni secondo installano Conduit.

© Leonard Berberi

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Lo studio: Adolf Hitler aveva radici ebraiche

Adolf Hitler (GettyImages)

Un po’ nordafricano. Un po’ ebreo. Ma questo non è bastato a fermarlo. Anzi, nel primo caso di consanguinei ne ha uccisi migliaia. Nel secondo, milioni.

A volte ritornano. E questa volta con anche una sorpresa. Adolf Hitler, il dittatore nazista che ha quasi cancellato dalla faccia della Terra gli ebrei, ecco Hitler sarebbe, in parte, anche lui un ebreo. O meglio: avrebbe geni che si riscontrano soltanto in alcune popolazioni. Tra cui quella giudaica.

La scoperta, scrive il giornale britannico “Telegraph” riprendendo l’articolo pubblicato sulla rivista belga Knack, si deve al giornalista belga Jean-Paul Mulders e allo storico Marc Vermeeren convinti di avere individuato le tracce del codice genetico di Hitler che lo collegano all’ebraismo. Il tutto, dopo aver studiato la saliva di trentanove persone con un legame di parentela con il Fuhrer.

Secondo il dossier il test del Dna sui campioni di saliva ha individuato un cromosoma – chiamato Haplogroup E1b1b1 – che si trova raramente in Europa occidentale. Ma che – secondo i due studiosi – è molto comune nell’Africa settentrionale (tra i berberi del Marocco, Tunisia, Algeria e i somali) e tra gli ebrei sefarditi e ashkenaziti.

Facile, se non scontato, il commento del giornalista-ricercatore Mulders: «Partendo da quello che abbiamo scoperto, possiamo concludere che Hitler era parente della popolazione che ha tentato di sterminare».

Leonard Berberi

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Tel Aviv, coni di plastica contro i mozziconi di sigaretta sulla spiaggia

La novità delle spiagge israeliane: un cono di plastica contro il "tappeto" di mozziconi di sigaretta sulla sabbia (foto di Inbal Tanembaum)

Sono dei piccoli coni di plastica. Il colore, azzurro, ricorda il mare. E si possono trovare proprio a due passi dal mare. Durante tutta l’estate telavivina hanno contribuito – silenziosi – a tenere più pulita la spiaggia. Soprattutto dai mozziconi di sigaretta e dalla cenere prodotta dal tabacco bruciato.

È così che una organizzazione di Tel Aviv – “Una nazione senza mozziconi di sigaretta” – ha risolto il problema di parte della sporcizia prodotta dai bagnanti. Mettendo a loro disposizione questi piccoli coni. Gratis.

Le piccole strutture contenenti una cinquantina di coni pronti all’uso si trovano all’ingresso delle spiagge lungo l’asse Tel Aviv – Jaffa. I bagnanti fumatori sono invitati a prendere un cono nel quale poseranno la cenere e il mozzicone. Alla fine della giornata marittima dovranno svuotare il tutto nel cestino e posare il cono dove l’hanno preso. Prima c’è stata una sperimentazione su tre zone campione: Metzitzim Beach, Hilton Beach e Tzuk Beach. Il successo – discreto – ha spinto l’organizzazione ad estendere l’iniziativa ad altre spiagge.

(foto di Inbal Tanembaum)

«Abbiamo portato in Israele un’idea che abbiamo visto su una spiaggia spagnola», ha detto Yair Wolovitch, uno dei fondatori dell’organizzazione. «Non possiamo fare nulla per il catrame e per le meduse, ma per i mozziconi sì».

Secondo le stime più recenti, ogni anno in Israele vengono buttati per strada circa 6 milioni di mozziconi di sigaretta. Quasi uno per ogni abitante. «Ogni mozzicone – continua Wolovitch – impiega circa quindici anni a decomporsi definitivamente».

Leonard Berberi

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Uno scienziato, il Mossad e un fungo mortale. S’infittisce il giallo di “Mister X”

Un inseguimento tra auto lanciate ad alta velocità per le strade di Los Angeles. Un fungo mortale. Uno scienziato esperto di armi biologiche ed ex agente del Mossad. Uno sconosciuto isolato dal mondo in un carcere israeliano. Sono gli ingredienti di un giallo internazionale che parte da una stanza super-blindata del carcere israeliano di massima sicurezza “Ayalon”, approda negli Stati Uniti e poi ritorna nello Stato ebraico.

Partiamo dall’inizio. In un pezzo pubblicato su Falafel Cafè il 1° luglio, abbiamo raccontato il caso di “Mister X”, il detenuto nel carcere di “Ayalon” senza nome, senza contatti con il mondo e così importante che la sicurezza interna israeliana ha fatto sparire tutti gli articoli usciti sui media. Nessuno riusciva a capire chi potesse essere. Fino ad oggi, forse.

Il giallo inizia il 20 agosto 2009. Le emittenti tv locali della California (sotto il video) trasmettono per oltre otto ore una diretta su un automobilista inseguito da decine di volanti della Polizia. All’interno di una Volkswagen rossa c’è un 56enne. Si chiama Joseph Moshe, è un cittadino israelo-americano e da settimane andava dicendo in giro di essere un microbiologo del Mossad, il servizio segreto israeliano. Non solo. Moshe andava anche rivelando di aver ri-creato in un laboratorio californiano un fungo mortale, il Cryptococcus gattii, che si trova solo nelle aree tropicali e sub-tropicali.

Il video dell’arresto del biochimico israelo-americano

L’antiterrorismo si è messo in moto e ha iniziato a inseguire l’uomo. L’inseguimento ha coinvolto l’Fbi, la Cia, l’esercito, gli Swat. Dopo ore, hanno spento l’auto del fuggiasco con un impulso elettrico che ha messo fuori uso il motore. Poi hanno infastidito l’uomo con gas lacrimogeno e infine l’hanno immobilizzato con il taser per poi arrestarlo.

Solo che invece di comparire davanti al tribunale federale americano, Joseph Moshe è stato trasferito in un ospedale psichiatrico. Da dove sarebbe scomparso poco dopo. Dov’è finito il microbiologo? Qualcuno ha scritto – sull’Huffington Post – che Moshe sarebbe stato trasferito subito in Israele. La notizia non è stata mai confermata.

Saltiamo a maggio 2010. Il nome di Joseph Moshe ricompare in un’inchiesta della rivista “Truth out”. Nel lungo articolo si parla delle morti misteriose di alcuni cittadini statunitensi. Morte dovuta a un fungo mortale, il Cryptococcus gattii, che secondo il periodico sarebbe stato sviluppato nei laboratori dell’Istituto israeliano per le ricerche biologiche di Ness-Ziona, a venti chilometri da Tel Aviv. «Il misterioso Joseph Moshe – scrive “Truth Out” – potrebbe aver condotto esperimenti segreti con il fungo proprio mentre si trovava in California». La stessa rivista, poi, riporta le dichiarazioni di due ex biochimici dei laboratori di Fort Detrick che collegano il microbiologo israelo-americano alla comparsa di una malattia in molti stati federali, California compresa. Malattia classificata come «una rara e mutata forma del morbo di Morgellons» e che avrebbe ucciso o reso invalidi tra i dieci e i venti agricoltori.

Yossi Melman, un analista esperto di sicurezza nazionale e internazionale, ha riportato (link in ebraico) sul quotidiano israeliano “Haaretz” un racconto che gira attorno al caso del microbiologo. «C’è una voce che spiega che Moshe avrebbe tentato di lanciare un allarme sui prodotti farmaceutici della “Baxter”», scrive Yossi Melman. «Probabilmente si trattava di un allarme che interessava i farmaci per combattere il virus H1N1 in Ucraina. Secondo Moshe si trattava di medicinali contaminati di proposito ed era quello che stava cercando di dire alle autorità statunitensi quando è stato arrestato».

Nel frattempo di Joseph Moshe non si hanno più notizie. Fino al 1° luglio. Fino alla notizia di “Mister X”. Perché poi il mistero s’infittisce. Perché le autorità israeliane impongono il silenzio sul detenuto senza nome e in isolamento. Perché c’è un sito – ora disattivo – che scrive che “Mister X” è Joseph Moshe. Quel sito aveva un nome inequivocabile: www.josephmoshe.org.

In attesa di risolvere il giallo, sono in molti a parlare di un altro caso Klingberg. Guarda caso, un altro biochimico. E un ex scienziato dei laboratori di Ness-Ziona.

© Leonard Berberi

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Villaggio palestinese rivede dopo anni l’acqua potabile. Grazie agli attivisti 2.0

Il villaggio israeliano di al-Tawana (foto Ynet)

L’ultima volta che avevano visto l’acqua sgorgare dai propri rubinetti non se la ricordano nemmeno. Però la richiesta ufficiale per ripristinare il collegamento idrico l’avevano fatto. Poi rifatto. Quindi ripetuto. Per anni. Ma non c’era nulla da fare.

Poi sono arrivati gli attivisti 2.0. Hanno iniziato a usare Internet. A creare gruppi di pressione e sensibilizzazione via blog, su Facebook, a cinguettare a tutto il mondo su Twitter, a organizzare percorsi “turistici” per le vie del villaggio a secco, a inventare un gioco virtuale. E a diffondere il caso via Wikipedia. Poi, certo, hanno usato anche il telefonino, gli sms e le mail.

È così che, dopo undici settimane di campagna, mille attivisti (quasi tutti israeliani) impegnati in media 55 volte al giorno, tutti i giorni, per 1.850 ore di fila, ecco dopo tutto questo il villaggio palestinese di al-Tawana – dalle parti dei Monti Hebron – ha rivisto l’acqua sgorgare dai rubinetti delle proprie case e dei propri edifici.

Anni di battaglie burocratiche sconfitte da una campagna sul web. «Abbiamo riflettuto molto sul come sensibilizzare le persone sul tema», ha spiegato Ehud Uziel, dell’Associazione per i diritti civili in Israele. «Poi abbiamo adattato l’esigenza del villaggio al modo di informarsi degl’israeliani».

Nella campagna di sensibilizzazione, gli attivisti hanno “bombardato” di mail il ministro della Comunicazione, Moshe Kahlon, e molti parlamentari della Knesset. Dopo undici settimane, due attivisti sono stati contattati dal generale Yoav Mordechai, a capo dell’Amministrazione civile. Che li ha ringraziati per le tante lettere di protesta e ha assicurato loro che il villaggio sarà collegato all’acqua potabile in pochissimi giorni.

«A voler essere onesti non speravamo proprio di arrivare a un risultato così buono», ammette ora Uziel.

Leonard Berberi

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Postcards from Middle East / 63

Alcune donne beduine danno una mano nella ricostruzione di quella che sarà la nuova casa nel villaggio di Al-Akarib, nel deserto del Negev. Pochi giorni fa, bulldozer israeliani hanno distrutto le abitazioni esistenti. E' la quarta volta che succede. L'intenzione è quella di far spostare i beduini nella vicina città (abitata da beduini) di Rahat. Ma gli abitanti di questo villaggio hanno sempre detto che da lì non intendono spostarsi e che ricostruiranno ogni volta che le loro abitazioni saranno distrutte (foto Jim Hollander / Epa)

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