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Israele, via al piano per far rientrare 4.500 “cervelli”

Quattromilacinquecento. Tanti sono i “cervelli” israeliani sparsi per il mondo. Lontani da Israele perché attratti dai soldi, dalle migliori prospettive per la ricerca, dalla stabilità politica.

Ma ora le cose sono cambiate. Sia nello Stato ebraico, sia nella ricerca scientifica israeliana. I laboratori di Tel Aviv, di Dimona e di Be’er Sheva non hanno nulla da invidiare a quelli degli Usa o dell’Europa.

È così che 4.500 persone, tra scienziati, accademici ed esperti di informatica, sono finiti in questo elenco speciale. L’obiettivo: raggiungere ognuno di loro e convincerli a ritornare in Israele. Il dossier, riservato, contiene tutte le informazioni, persino gli indirizzi di casa e di lavoro. E, a fianco, un programma individuale per riprenderseli.

Il professor Trachtenberg, membro della commissione interministeriale che si sta occupando del rientro dei "cervelli" (foto di Alex Kolomoisky)

Il progetto è stato messo in piedi da due imprenditori israeliani: il dottor Nurit Eyal e Dan Vilensky. Insieme, hanno deciso di tentare la mossa senza precedenti. Aiutati dal Ministero della scienza e della tecnologia, e finanziati dallo Yad Hanadiv Foundation, i due hanno utilizzato tutti i canali esistenti nel mondo per raggiungere e classificare ogni singolo ricercatore, scienziato, informatico con passaporto israeliano.

Stando ai dati pubblicati, ci sono 3.348 “cervelli” israeliani negli Usa, 385 in Canada, 340 in Gran Bretagna, 131 in Australia e poche altre centinaia sono sparsi negli altri paesi. Più della metà di questi si occupa delle nuove tecnologie e di informatica.

La prossima fase, ora, è il contatto umano: si tratterà di mettersi a parlare con ogni singolo “cervello” e convincerlo a tornare in Israele. Offrendogli, com’è nei progetti di questi giorni, di andare a lavorare in uno dei trenta centri di eccellenza che dovranno essere messi a punto nei prossimi mesi.

«I “cervelli” israeliani avranno a disposizione tutta una serie di garanzie per il loro ritorno», anticipa il professor Manuel Trachtenberg, membro della commissione interministeriale che si sta occupando della questione. Un esempio? «Chi tornerà in patria, avrà a disposizione non soltanto un buon stipendio, ma anche 500mila dollari di finanziamenti per cinque anni per sviluppare i propri progetti e una cattedra in una delle università israeliane».

L’interesse per i “cervelli” fuori dal paese si spiega nei numeri forniti da uno studio. Ogni israeliano che torna indietro porta una “dote” intellettuale e scientifica quantificabile in 800mila euro. Molto più di quanto pagherebbe lo Stato ebraico per riprenderseli.

Leonard Berberi

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