attualità

A Gaza sempre più donne cercano un lavoro per mantenere la famiglia

Per capire quanto stia cambiando la famiglia palestinese all’interno della Striscia di Gaza bisogna guardare ai campi di lavoro. È qui che la rivoluzione – silenziosa – ha portato a modificare gli equilibri interni ai nuclei abitativi. Con la disoccupazione che galoppa oltre il 70%, a Gaza sono le donne la nuova classe di lavoro.

Sono loro a lavorare in agricoltura. Sono loro a fare le buche sul terreno sabbioso per creare depositi d’acqua. Sono loro a portare quei pochi soldi che servono per mangiare. Mentre loro, i mariti, o sono morti o sono menomati oppure non riescono a trovare lavoro visto che fabbriche e cantieri edili sono solo un pallido ricordo.

Donne di Gaza a lavoro (foto Maan News Agency)

Animah Abu Maghasib è una di queste donne. Ha 37 anni e, insieme a un altro gruppo di amiche, si occupa di scavare la terra per metterci i serbatoi d’acqua ad uso civile. «Sono fiera del mio lavoro – dice all’agenzia Maan News – perché non solo aiuto le famiglie ad avere facile accesso all’acqua, ma porto soldi a casa mia».

Certo, quello di spalare da mane a sera non è proprio un lavoro facile. «È dura – continua Animah – ma le condizioni di vita di molte di noi sono ancora più dure. E il lavoro nei campi, per ora, ci sta dando una mando».

La donna ha sette figli da sfamare e un marito – che ha bisogno di un’operazione chirurgica – da assistere. «I miei piccoli vanno tutti a scuola e se non lavoro io, nessuno ha da mangiare. Per la mia famiglia sono disposta a tutto», spiega.

Animah non è l’unica in questa condizione. Le varie agenzie di lavoro interinale se ne sono accorte. E da qualche settimana hanno iniziato a creare gruppi di offerta di lavoro composte da sole donne. Così le madri e le mogli che hanno bisogno possono chiedere una mano alle agenzie senza particolare disagio.

Leonard Berberi

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attualità, cultura

A Ramat Gan la mostra delle polemiche: Israele come la Germania nazista

Yossi Even Kama (al centro) di fronte a uno dei quattro cilindri che costituiscono la sua tesi di laurea e una mostra molto criticata

C’è Baruch Goldstein sulla banconota da 20 shekel. C’è una festa nazionale che celebra il rabbino Meir Kahane quale padre spirituale d’Israele. E ancora: ci sono leggi che vietano la guida degli autoveicoli durante lo Shabbath e le festività ebraiche. C’è l’ordinanza che impone alle donne di far il bagno nel mar Mediterraneo solo per poche ore alla settimana.

Se non è un incubo, poco ci manca. Per ora, è solo una tesi di laurea diventata una mostra. E una denuncia. Se continua così, nel 2023 Israele sarà identica alla Germania nazista. Di questo ne è convinto l’autore dei quadri, il giovane Yossi Even Kama. E gliene frega poco delle polemiche che ha scatenato. Anzi, forse voleva fare proprio questo: provocare. Altrimenti non si spiegherebbe la stella di Davide che sostituisce la svastica nella bandiera nazionalsocialistica come simbolo costante del suo lavoro intitolato “Fascist State of Judea – 2022”.

Il palazzo del Shenkar College of Engineering and Design di Ramat Gan è diventato un luogo molto affollato in questi giorni. Le tesi di laurea sono finite in una grande mostra. Anche quella di Yossi Even Kama. E tutti vogliono vedere gli «oggetti della vergogna» come hanno scritto in molti sui giornali israeliani.

Il progetto di Yossi è semplice: quattro grandi cilindri, di quelli che si usano per attaccare gli annunci pubblici. Ogni struttura costituisce un anno, dal 2020 al 2023. Nel primo si possono vedere gli annunci dove il governo di Gerusalemme celebra la firma degli accordi di Pace con i palestinesi, l’immediato ritiro dalla Cisgiordania e il controllo congiunto della città Santa.

Ma nel cilindro successivo lo scenario cambia: convinti di aver assistito all’alto tradimento dei valori ebraici e della supremazia jewish, gli ultraortodossi riescono a mobilitare migliaia di israeliani e a portare a termine un colpo di Stato. Il risultato è la creazione della Giudea dove non c’è più nessuna libertà, nessun rispetto per le donne e nessun divertimento. C’è solo il Fascismo.

«Sono rimasto scioccato dal sondaggio dove la maggioranza degl’israeliani credeva che qui da noi ci fosse fin troppa libertà di espressione», spiega Yossi. «Con questi cilindri vorrei dire ai miei connazionali cosa potrebbe in dieci anni – continua l’artista –. Non andrà esattamente così, ma qualcosa di simile sta già accadendo: la legge che impone il giuramenti di fedeltà allo Stato ebraico in caso di acquisto della cittadinanza israeliana, il divieto di commemorare la Nakba, la legge di conversione religiosa. Quando si abbattono i mattoni fondamentali della democrazia, per forza il vuoto che lasciano sarà riempito dal Fascismo».

Israele si è spaccata esattamente a metà. Il portale di riferimento degli ebrei ultraortodossi – Srugim.com – da giorni ospita qualsiasi offesa o diffamazione nei confronti non solo di Yossi, ma anche dell’Istituto Shenkar per avergli fornito lo spazio di espressione. Sullo stesso sito, però, ci sono anche molti altri internauti che esprimono un grande apprezzamento. Ma non per l’opera in sé, quanto per il fatto che loro lo Stato ebraico lo vorrebbero esattamente com’è raffigurato nei grandi cilindri.

Scrive David Sheen su Haaretz, il giornale progressista israeliano, che una cosa è certa: «Se le paure di Yossi racchiuse nei cilindri dovessero concretizzarsi, il primo a morire bruciato sul rogo sarà proprio lui, l’artista».

Leonard Berberi

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Israele, il Parlamento vieta la vendita degli alcolici dopo le 23

Mai più ragazzi ubriachi di notte. Almeno è questo il tentativo del Parlamento israeliano con il divieto di vendita degli alcolici (Ynet)

Niente più alcolici di notte. La guerra israeliana alle bevande approda alla Knesset, il parlamento, e incassa l’approvazione unanime di una legge che ne proibisce la vendita dopo le 23 e prima delle 6 del mattino. Così, proprio quando inizia la movida, negozi, chioschi e esercizi vicini alle pompe di benzina non potranno più commercializzare alcolici. Dalla lista sono esclusi i pub – per ovvie ragioni – e i duty free.

Niente più scene d’inciviltà, insomma. Niente più vie di Tel Aviv – soprattutto – e Haifa sporche e maleodoranti. E niente più lamentele di semplici cittadini che, ogni sera, inondavano il centralino della polizia locale di telefonate, di denunce e di accuse di mancanza di sorveglianza.

La legge doveva essere ancora più restrittiva. Nello stesso pacchetto normativo, infatti, era previsto il divieto di vendita delle bevande negli esercizi vicini alle pompe di benzina per tutta la giornata. Ma, come fa notare il quotidiano on line Ynet, «la lobby dei benzinai e dei commercianti s’è fatta viva e il divieto è stato affossato» dalla commissione congiunta composta da quella degl’Interni, dell’Ambiente e della Giustizia.

Leonard Berberi

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Postcards from Middle East / 59

Migliaia di ragazzi palestinesi hanno giocato con altrettanto palle da basket nel tentativo di battere il record del mondo di palle lanciate simultaneamente. A far da cornire all'evento, il Gaza International Airport, nei pressi di Rafah, vicino al confine con l'Egitto. Secondo gli inviati delle Nazioni Unite oltre settemila giovani hanno tentato insieme di battere il record (Khalil Hamra / AP Photo)

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Casillas e Nadal salpano sulla prossima “Freedom Flotilla”?

Iker Casillas, 29 anni, portiere della nazionale spagnola di calcio e neo-campione del mondo in Sudafrica

Iker Casillas e Rafael Nadal. Per cominciare. Il campione del mondo del calcio e il numero uno del tennis. Insieme, pare, su una nave che a settembre farà rotta verso Gaza. Freedom Flotilla, atto secondo. Questa volta con meno persone “normali” e il maggior numero di personaggi famosi.

A dare la notizia è al-Hayat, giornale arabo, ma pubblicato a Londra: la Campagna europea per la fine dell’assedio su Gaza – la stessa che ha organizzato la prima sciagurata spedizione del 31 maggio (9 morti, decine di feriti, incidenti diplomatici a catena) – ecco, la Campagna europea avrebbe contattato personaggi famosi dello sport (spagnoli e francesi soprattutto) da far imbarcare sulla seconda spedizione della Freedom Flotilla.

Rafael Nadal, 24 anni, tennista spagnolo al primo posto nel ranking mondiale ATP (Ap Photo)

Stando al giornale, il portiere della nazionale spagnola di calcio Casillas avrebbe dato un sì preliminare. Ma vorrebbe tenere segreta la sua eventuale presenza sulla nave per evitare – scrive al-Hayat – «che lui e la sua squadra possano ricevere un qualche tipo di pressione da parte israeliana».

Il portiere non sarebbe nuovo a questo tipo di simpatie filo-palestinesi. Molti blog spagnoli non hanno mancato di far notare che Casillas avrebbe chiesto di non partecipare ai festeggiamenti popolari per la vittoria del mondiale in Sudafrica «per rispetto e per esprimere tutto il dispiacere per quello che succede a Gaza». «Non è pensabile che la gente prenda parte a celebrazioni, ridendo e divertendosi, dopo aver visto quello che succede nella Striscia», avrebbe detto il numero uno.

L’altro nome che viene fatto è quello di Rafa Nadal. Uno che – scrive al-Hayat – «non ha esitato a condannare l’aggressione israeliana nei confronti della Striscia di Gaza durante l’operazione “Piombo Fuso”». A questo punto la palla – è il caso di scriverlo – passa a loro. Ai due campioni spagnoli.

Leonard Berberi

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attualità, economia

Apre a Gaza il primo centro commerciale della Striscia

L'ingresso del "Gaza Mall"

Forse le scale mobili sono un po’ troppo. Siamo pur sempre in una zona isolata dal mondo. Però tutto il resto c’è: tante lampadine, pavimenti lisci e lucidi, negozi bellissimi, musica in sottofondo e coppie che mangiano il gelato. Insomma, se non è un centro commerciale coi fiocchi poco ci manca. E quel poco è riferito proprio alle scale mobili.

Benvenuti al primo shopping center di Gaza City. Certo, se non fosse per il triangolo coi neon all’ingresso, si farebbe fatica a individuare questo centro commerciale. Incastrato com’è tra palazzi a uso civile e negozi di ogni tipo. Ma è pur sempre un segno di come anche la Striscia stia cambiando.

Inaugurato sabato scorso con la presenza di molti ministri e agenti di Hamas, il “Gaza Mall” ha attirato migliaia di persone. Due piani, quasi diecimila metri quadrati di spazio e un sacco di oggetti in vetrina, di cui molti con etichetta internazionale. E, soprattutto, lei, l’aria condizionata in ogni angolo della struttura. «Arrivano da tutta la Striscia: da Rafah e Beit Hanoun», fa sapere entusiasta Salah Abu Abdo, capo del consiglio di gestione del Mall.

All'interno, tanti negozi, tanti colori, aria condizionata. Ma niente scale mobili. Bisogna contare sulle proprie gambe

«Qui da noi c’è un po’ di tutto – continua Abu Abdo – e anche marchi stranieri come Adidas, Lacoste e profumi di lusso parigini». «Non tutti vengono a comprare – racconta un dipendente del centro commerciale –: ci sono i curiosi che vengono a dare un’occhiata alla nuova realtà di Gaza e ci sono quelli che vengono solo per rinfrescarsi».

Gradino dopo gradino anche Gaza sembra affacciarsi alla normalità. Anche se, per ora, niente scale mobili. Per risalire la china bisogna ancora continuare a muovere i piedi.

Leonard Berberi

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Gerusalemme, diciotto mesi di carcere a un musulmano per aver fatto sesso con un’ebrea

Una cosa che capita tutti i giorni, in fondo. Si vede una ragazza, si cerca di sedurla e poi di portarla a letto. Per amore o, più banalmente, per solo sesso. Magari si dice anche qualche bugia. Per nascondere un’altra relazione o un matrimonio. Oppure per rendere il corteggiamento più profondo.

Comunque sia, è quello che ha fatto anche Sabar Kashour, un 30enne musulmano di Gerusalemme Est: ha visto una giovane ebrea per le vie della città contesa, ha iniziato a parlarle e poi l’ha invitata a salire in un appartamento del centro. Lei ha acconsentito e, insieme, hanno fatto sesso.

Sabar Kashour, in manette all'ingresso della Corte di Giustizia di Gerusalemme (foto Ma'ariv)

Quella che però sembrava l’ennesima storia di una ragazza sedotta e abbandonata è diventata un caso giudiziario. Perché lei l’ha denunciato e perché la corte di Gerusalemme ha ritenuto Kashour colpevole. Condannandolo a diciotto mesi di galera.

Il ragazzo, secondo la Giustizia israeliana, ha fatto almeno tre errori: ha mentito alla ragazza sul fatto di volere una relazione seria, non ha detto di essere sposato e, soprattutto, le ha rivelato di essere anche lui un ebreo. «In questo modo – hanno scritto nella sentenza – la ragazza non è stata in grado di valutare appieno le circostanze perché indotta in un grande errore di valutazione per colpa delle menzogne che le sono state dette».

Il tutto è iniziato contestando a Sabar Kashour il reato di stupro. Poi però la ragazza ha ammesso di aver acconsentito all’atto sessuale senza costrizioni perché pensava che il ragazzo fosse ebreo e l’accusa è diventata una sorta di circonvenzione d’incapace.

Restano però i diciotto mesi di galera. Una pena che i giudici motivano così: «La Corte deve tutelare l’interesse pubblico contro i criminali sofisticati con una lingua liscia e una parlantina dolce che possono portare fuori strada le vittime innocenti».

A sentire queste parole, molti hanno storto il naso. «Sembra di essere tornati negli anni Ottanta – ha commentato qualcuno -. Quando il defunto rabbino Meir Kahane aveva proposto al Parlamento israeliano di approvare una legge che rendesse un reato l’atto sessuale tra un’ebrea e un palestinese».

Leonard Berberi

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