attualità, politica

Israele discute sull’inchiesta. Ma l’esecutivo Netanyahu rischia l’implosione

Il primo ministro israeliano Netanyahu alla prima conferenza stampa dopo l'incidente alla nave dei pacifisti (foto di Amit Shabi)

L’inchiesta. È su questa parola che si stanno concentrando i media e i politici israeliani. Perché l’organizzazione dell’indagine, di chi dovrà accertare la verità e di chi dovrà entrare in possesso di report delicatissimi per la sicurezza dello Stato ebraico non sono aspetti di secondo piano.

Israele teme un Goldstone-bis, un altro dossier – dopo quello, della commissione Goldstone, appunto, sull’operazione “Piombo Fuso” su Gaza – dove si accusa Gerusalemme di aver violato le regole internazionali.

Su questo punto, gl’israeliani sono stati molto chiari con l’alleato americano: “non intendiamo dare l’ok al sequel del gruppo Goldstone”. Ed è qui che gli Usa, insieme a Italia e Olanda, hanno dato parere negativo all’Onu sull’avvio dei lavori d’inchiesta sotto la guida di osservatorio internazionali. Un no americano che, però, teneva conto della promessa: alla commissione d’inchiesta israeliana sarà affiancato un pool di esperti statunitensi.

Ma i problemi restano comunque sul tavolo. Perché l’Idf, l’esercito israeliano, esporrebbe malvolentieri la sua versione dei fatti sul blitz alla nave dei pacifisti. Il ricordo di una commissione simile, sui fatti di Jenin nel 2002, è ancora vivo: allora il corpo militare toccò il punto più basso di popolarità dopo che non era riuscita a giustificare le violenze in territorio palestinese.

Alcuni analisti fanno però notare che, a sorpresa, il governo Netanyahu potrebbe dare l’ok alla commissione internazionale. E la ragione sarebbe semplice: un dossier negativo del gruppo indipendente straniero non avrebbe conseguenze politiche immediate. Cosa che succederebbe con una commissione interna, forte a tal punto da chiedere le dimissioni dell’esecutivo.

Intanto Benjamin Netanyahu deve evitare che la sua coalizione imploda. Nelle ultime ore, è scoppiata una crisi seria tra il ministro della Difesa Ehud Barak (laburista) e il collega degli Esteri, Avigdor Lieberman (Israel Beitenu, ultradestra). Dopo le parole di un ministro del partito di Lieberman che chiedeva le dimissioni di Barak, oggi quest’ultimo ha pubblicamente denunciato che gli attacchi e le critiche della comunità internazionale a Israele sono il risultato di una politica di pubbliche relazioni fallimentare da parte del ministero degli Esteri.

I QUOTIDIANI. Il progressista Haaretz aumenta la pressione sul governo. Attraverso gli articoli e i commenti denuncia le violenze e l’incapacità dell’esecutivo Netanyahu di gestire situazioni delicate. Ha scritto Ari Shavit su Haaretz: «Invece di spingere palestinesi, siriani e turchi contro l’Iran, Netanyahu li sta portando dalla loro parte. Invece di portare europei e americane a sostenere le nostre ragioni, il primo ministro ce li sta mettendo contro». Un commento che segue quello ufficiale del quotidiano: «Il nostro esecutivo si sta comportando come un robot privo di giudizio e impostato su un percorso predeterminato».

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