attualità

Tel Aviv, inaugurata la prima scuola di web design per ebrei ultraortodossi

Di quelle accuse non se ne poteva più. “Non aiutano l’economia del nostro Paese”, hanno detto da più parti. Così il rabbino di Tel Aviv, Yisrael Lau, ha deciso che quel vociare doveva finire lì. Che loro, i religiosi, dovevano dare dimostrazione di darsi da fare per il Paese.

Ed ecco che, negli scorsi giorni, il rabbino Lau ha inaugurato un laboratorio speciale: si chiama “Prog Center” ed è il primo centro di web design tutto dedicato agli ebrei ultra-ortodossi. Nei prossimi mesi, insomma, molti siti web israeliani porteranno la firma di esperti “haredi”.

“Questo è un giorno importante, soprattutto alla luce dei commenti rivolti alla nostra comunità negli ultimi giorni”, ha polemizzato subito il rabbino Lau. Un personaggio di spicco del rabbinato israeliano, da molti considerato una sorta di ponte tra la società ultra-religiosa e la collettività israeliana. “Con questa nuova realtà noi vogliamo dimostrare che gli haredi danno il loro contributo all’economia del Paese”.

Un passo avanti. Certo, resta da risolvere una questione di non poco conto: secondo i massimi esponenti dell’ebraismo, quelli che siedono a Gerusalemme, Internet è un “abominio”, e per questo esso deve essere vietato. Non solo nei pc, ma anche negli smartphone.

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economia, politica

Insediamenti ebraici, ecco i prezzi colonia per colonia

Insediamento ebraico all'interno della West Bank. Il governo Netanyahu ha studiato come risarcire quei coloni che non possono costruire per colpa del congelamento di dieci mesi imposto proprio dall'esecutivo di Gerusalemme (e fortemente richiesto da Usa e Comunità internazionale)

La differenza di prezzo – tra insediamento di “serie A” e di “serie B” – arriva anche al 400%. E sul valore immobiliare incide molto la distanza da una città palestinese, dalla linea verde, da un’autostrada. Senza considerare il fattore “ideologia”. Per cui ci sono colonie a forte ideologizzazione e colonie a meno. Tutto questo arriva a definire un prezzo al metro quadro.

A scriverlo è un dossier governativo di cui il quotidiano Haaretz è entrato in possesso e che, nei piani dell’esecutivo Netanyahu, dovrebbe servire per capire quanto tocca risarcire agl’israeliani per il blocco di 10 mesi di nuove costruzioni negli insediamenti ebraici in Palestina. La mancata costruzione di una casa, infatti, costituisce una penalizzazione per i civili che dovranno quindi vivere in affitto per tutto il tempo del blocco.

Il prezzo medio di affitto negli insediamenti è di 22 shekel (circa 5 euro) per metro quadrato. O meglio, di 700 euro al mese per una casa di 150 metri quadrati. I prezzi più alti sono nelle città della West Bank (circa 6 euro per metro quadro, in media). Tra i consigli regionali, Binyamin ha il più alto prezzo medio (5,50 euro) mentre la Valle del Giordano ha quello più basso (2,75 euro).

Ma queste medie nascondono le ragioni più profonde. A Hermesh e Mevo Dotan, due insediamenti isolati nel nord della West Bank, per esempio, l’affitto è di soli 2 euro al metro quadrato. Ad Avnei Hefetz, vicino alla Linea Verde, il prezzo sale a 4,25 euro. Ma a Karnei Shomron, insediamento nel nord della Cisgiordania, ancora più lontano dalla Linea Verde rispetto a Hermesh e Mevo Dotan, il prezzo è di 6,36 euro al metro quadro. In questo caso è la qualità della vita a prevalere sulla posizione geografica.

Anche se, va detto, i prezzi più alti nel nord della West Bank sono negli insediamenti che si trovano a ridosso dell’autostrada Trans-Samaria, e offrono così un facile accesso al centro d’Israele: e cioè Barkan, Etz Efraim (quasi 7 euro al metro quadro) e Shaarei Tikva (7,50 euro) .

Tra le grandi città, l’appartamento più economico si trova a Immanuel, città haredi (ultra-ortodossa). Qui è possibile affitare una casa a soli  2,75 euro al metro quadro al mese. A incidere sul prezzo proprio l’immagine profondamente religiosa della vita quotidiana e ai problemi che questo crea con il “vicinato” palestinese.

All’inizio di maggio il Ministero delle Finanze ha ultimato le modalità di risarcimento danni dovuti al congelamento di dieci mesi. Il dossier stabilisce che tutti quelli con un permesso di costruzione bloccato per colpa del congelamento possono chiedere un indennizzo fino al 175% del canone di affitto pagato. Ma le persone che hanno violato il blocco non avranno diritto ad alcun indennizzo.

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attualità

Il rabbino: le donne sono incapaci di gestire una comunità

Le donne? “Incapaci di gestire una comunità”. Ecco perché “sarebbe meglio se si dedicassero alla gestione domestica”. E, se comunque si mettessero in testa di candidarsi, allora “dovrebbe esser loro impedito di farlo”.

Parola di Elyakim Levanon, rabbino capo dell’insediamento di Elon Moreh, contea di Samaria, Israele. Parole come pietre quelle della guida spirituale locale. Parole piovute in risposta alla lettera di una donna che gli aveva chiesto cosa poteva fare per candidarsi alla carica di segretario del consiglio della comunità.

“Credo non sia giusto che siano soltanto gli uomini a decidere come gestire la comunità”, aveva osato scrivere la donna, rimasta anonima. Ma il rabbino Levanon ha stroncato qualsiasi velleità politica della signora: “Il primo problema – ha scritto su un quotidiano locale – è che le donne non possono avere nessun tipo di autorità sulla collettività. Essere segretario vuol dire avere l’autorità e le donne non possono quindi diventarlo”.

“Se la donna vuole farsi sentire – ha continuato il rabbino – deve farlo attraverso il marito”. Anche se, consiglia, “il dibattito dovrebbe tenersi in famiglia, e quando i pareri sono concordi, il marito presenta l’opinione della famiglia”.

IL CASO-SIMBOLO / Nell'immagine, la foto in alto - quella originale - riguarda la presentazione ufficiale di tutto il nuovo esecutivo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ma in basso, la stessa foto, è stata alterata per il pubblico ultra-ortodosso. Il ritocco riguarda solo la componente femminile: le donne del governo sono sparite e sostituite con altri uomini.

Altro che schiaffo al femminismo e ai decenni di lotta in tutto il mondo per affermare la parità dei sessi. Questo è un pugno. Anzi, un tentato omicidio. E infatti le israeliane non sono rimaste in silenzio. “In tempi di crisi le donne hanno dimostrato una forte capacità di alzarsi in piedi e di combattere”, ha risposto piccata Daniela Weiss, guarda caso ex capo del consiglio di Kedumim, nei pressi di Nazareth.

“Quelle del rabbino sono state frasi anti-democratiche e medievali”, ha replicato Nurit Tsur, presidente dell’Israel Women Lobby. “Di fronte a queste parole – ha concluso – mi aspetto che le autorità religiose non diano loro nessun credito e che chiariscano che il ruolo delle donne nella discussione politica nazionale è necessario ed essenziale”.

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economia, politica

La Casta politica di Gerusalemme si regala l’iPad. Con i soldi dei contribuenti

Quando si trattava di vietarne l’ingresso sul suolo israeliano, nessuno ha fiatato. Nessuno ha avuto qualcosa in contrario da dire. Del tipo: “Così bloccate il naturale progresso della tecnologia”. Ma ora, dopo che un gruppettino di parlamentari della Knesset (il parlamento israeliano) ha deciso che la nuova meraviglia tecnologica – l’iPad – sarà considerata a tutti gli effetti un pc, tutti ne son stati contenti. Perché in questo modo potranno comprarselo anche loro. Ma con i soldi di chi paga le tasse.

Ogni anno, un deputato di Gerusalemme riceve circa 14.500 euro all’anno per coprire le spese di gestione del proprio ufficio parlamentare e per ripagarsi le pubbliche relazioni. Se, invece, decide solo di ricorrere alla parte delle pr, allora ha un massimo di 10.400 euro.

All’interno di questa voce, ai deputati è consentito comprare fino ad un massimo di 3 pc. Per non parlare dell’iPhone (rientra nella voce “telefonia”), palmari, tv da 26 pollici, lettori dvd, telecamere e macchine fotografiche digitali, ecc. Da oggi, è compreso anche l’iPad. Che, in questo modo, i politici potranno comprarsi con le tasse dei cittadini e senza obbligo di restituzione a fine mandato.

La Casta parlamentare, insomma, non è solo un vizio italiano.

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attualità

Israele, soldati litigano con un beduino e gli uccidono il cammello

Alla fine, a rimetterci la vita è stato uno che non c’entrava niente. Ucciso a colpi di pistola. Solo perché si trovava lì, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Vittima di una discussione accesa tra un beduino e tre soldati israeliani dell’Idf che, non contenti di aver leso il diritto di proprietà, si sono messi a sparare contro l’animale del beduino, un cammello, uccidendolo.

E’ successo nei pressi di Jericho, vicino al confine con la Giordania. Quando tre soldati, dopo aver abbandonato la propria base senza nessun permesso, hanno bivaccato nella tenda di un signore – un beduino – che in quel momento stava prendendosi cura dei suoi animali. Cammelli, soprattutto.

Una volta rientrato nella tenda, ha sorpreso i tre soldati dentro. Ha iniziato a urlare, a chieder loro di uscire dalla sua proprietà. Dopo minuti di accesa discussione, i tre se ne sono andati. Ma uno di loro, andandosene, ha estratto la pistola e ha iniziato a inveire contro uno dei cammelli. L’animale è caduto per terra dopo pochi secondi. E al proprietario non è rimasto altro che denunciare quant’è successo.

Ora ci sarà un processo. E i soldati – assicurano i vertici militari – saranno puniti con la massima severità. Al beduino, poi, sarà assicurato un risarcimento danni. Contenti tutti, insomma. Un po’ meno, s’intende, l’animale ucciso.

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Palestina, parte il boicottaggio (legalizzato) dei prodotti dei coloni israeliani

Il primo ministro dell'Autorità Palestinese, Salam Fayyad, dà una mano a bruciare i prodotti realizzati nelle colonie ebraiche della West Bank

A volte basta un’immagine. Una soltanto, per dare il senso della politica in Medio Oriente. Nell’istantanea in questione c’è quest’uomo, Salam Fayyad, che tiene in mano una scatola. Davanti a lui un rogo in atto. Di lì a pochi secondi, quella scatola gialla finirà anch’essa nel rogo. E a buttarla sarà proprio Fayyad. Un uomo, un economista. Soprattutto: il primo ministro palestinese.

E’ così, con un gesto che più simbolico non si può, che è partita la caccia legalizzata al prodotto realizzato in una delle decine di colonie israeliane insediate in Palestina. Materiale che da qualche giorno è fuori legge. I controllori volontari, circa tremila, busseranno alle porte di tutti i palestinesi della Cisgiordania per scovare i prodotti sgraditi. “Di casa in casa”, si chiama la campagna, partita da Ramallah per estendersi a tutta la West Bank. Ma ad essere controllati sono anche i supermercati.

Controlli anche nei supermercati, alla ricerca di prodotti indesiderati realizzati nelle colonie israeliane nella West Bank

Nei prossimi mesi alle famiglie palestinesi verrà poi consegnato un vademecum che elenca oltre 500 prodotti da boicottare. I volontari dovranno sensibilizzare la popolazione sulla necessità di non acquistare i prodotti che arrivano dalle colonie, come prevede una legge varata di recente e che punisce severamente la circolazione di questi articoli.

Dopo la visita, i volontari attaccheranno sulla porta di casa un adesivo con la scritta “Qui non ci sono prodotti delle colonie”. Un marchio. Non dell’infamia, stavolta. Ma di bontà. E di fedeltà alla causa palestinese. Non solo. Perché pur di scovarli tutti i prodotti sgraditi, il ministero dell’Economia ha attivato un numero verde che i cittadini potranno contattare per segnalare la presenza di articoli sospetti nei mercati locali.

Il ministro dell’Economia Hasan Abu Labdeh ha tenuto però a precisare che la campagna di boicottaggio non riguarda le merci prodotte all’interno di Israele nel rispetto del protocollo di Parigi del 1994, che regola le relazioni economiche tra palestinesi e israeliani. No. L’iniziativa “mira a realizzare un’armonia totale tra le risoluzioni e il diritto internazionali e gli accordi di Oslo da un lato e la posizione politica adottata dall’Olp dall’altro”.

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attualità, economia

Agevolazioni e incentivi per i coloni che si trasferiscono in un kibbutz

L'interno del kibbutz di Kerem Shalom, 60 abitanti. E' qui che miliziani di Hamas hanno rapito il soldato Gilad Shalit quattro anni fa

Chissà se funzionerà. E chissà se quegli ottomila dollari di pubblicità saranno spesi bene. Perché trovarsi – gratis – una casa di cento metri quadrati, un cortile pieno di piante e fiori e le tasse universitarie dei figli già pagate, ecco, perché tutto questo sarà pure un grande incentivo a trasferirsi lì, ma poi il posto – il kibbutz di Kerem Shalom – non è proprio il più tranquillo. L’Egitto è lontano poco più di un chilometro. La Striscia di Gaza è proprio lì, a meno di cento metri.

Kerem Shalom, bandiere al vento per ricordare Gilad Shalit e per chiedere il rilascio del soldato israeliano rapito (foto Reuters)

Ma il problema principale per Kerem Shalom è un altro. Anche se i soldati dell’Idf israeliano vanno e vengono, anche se proprio qui è stato rapito Gilad Shalit, da quattro anni in mano ad Hamas, anche se ogni tanto c’è qualche centrafricano che supera il valico di Erez per entrare clandestinamente in Israele. No, l’unico problema di Kerem Shalom è la popolazione. In tutto ne sono rimaste 60 di persone. Compresi i bambini. Gli altri sono scappati. Per la paura, per il terrore e per non dover cadere dal letto ogni volta che una bomba esplode a cento metri.

Sessanta persone son troppo poche per far funzionare il kibbutz. Che ha le sue regole e i suoi ingranaggi che la portano a vivere solo di quello che si produce al suo interno. Così quel che è rimasto di Kerem Shalom ha pensato di lanciare una campagna pubblicitaria, pagata dagli abitanti, per convincere nuovi coloni a trasferirsi qui.

Gli incentivi non mancano: a partire dalla promessa di agevolazioni come il risarcimento per una sistemazione vicina al confine con la Striscia di Gaza e l’Egitto. Nella comunità Kerem Shalom oggi abitano solo 60 persone, compresi i bambini, troppo poche per farla funzionare. La promessa è quella di una vita più vicina agli ideali sionisti originari, “un kibbutz tradizionale come ai vecchi tempi”, ma anche facilitazioni come case fino a cento metri quadrati e il pagamento totale delle tasse universitarie. Il tutto, finanziato da una cassa comune, come vuole la tradizione di tipo socialista che ancora regola molti degli insediamenti di questo genere.

“Nella nostra comunità non ci sono nè la violenza e neppure gli adolescenti molesti e ubriachi. C’è un grande affetto e un senso di appartenenza che non si trovano più nelle città d’Israele”, hanno detto gli abitanti al quotidiano Yedioth Ahronoth. E c’è qualcuno che ha deciso di cambiare vita. E di trasferirsi qui, a una manciata di passi dalla Striscia di Gaza. E’ il caso di Zaor Ilagoyav che, allo stesso quotidiano israeliano, conferma: “Qui puoi percepire affetto, mentre in città a volte non sai nemmeno chi siano i tuoi vicini”.

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