attualità, economia

Agevolazioni e incentivi per i coloni che si trasferiscono in un kibbutz

L'interno del kibbutz di Kerem Shalom, 60 abitanti. E' qui che miliziani di Hamas hanno rapito il soldato Gilad Shalit quattro anni fa

Chissà se funzionerà. E chissà se quegli ottomila dollari di pubblicità saranno spesi bene. Perché trovarsi – gratis – una casa di cento metri quadrati, un cortile pieno di piante e fiori e le tasse universitarie dei figli già pagate, ecco, perché tutto questo sarà pure un grande incentivo a trasferirsi lì, ma poi il posto – il kibbutz di Kerem Shalom – non è proprio il più tranquillo. L’Egitto è lontano poco più di un chilometro. La Striscia di Gaza è proprio lì, a meno di cento metri.

Kerem Shalom, bandiere al vento per ricordare Gilad Shalit e per chiedere il rilascio del soldato israeliano rapito (foto Reuters)

Ma il problema principale per Kerem Shalom è un altro. Anche se i soldati dell’Idf israeliano vanno e vengono, anche se proprio qui è stato rapito Gilad Shalit, da quattro anni in mano ad Hamas, anche se ogni tanto c’è qualche centrafricano che supera il valico di Erez per entrare clandestinamente in Israele. No, l’unico problema di Kerem Shalom è la popolazione. In tutto ne sono rimaste 60 di persone. Compresi i bambini. Gli altri sono scappati. Per la paura, per il terrore e per non dover cadere dal letto ogni volta che una bomba esplode a cento metri.

Sessanta persone son troppo poche per far funzionare il kibbutz. Che ha le sue regole e i suoi ingranaggi che la portano a vivere solo di quello che si produce al suo interno. Così quel che è rimasto di Kerem Shalom ha pensato di lanciare una campagna pubblicitaria, pagata dagli abitanti, per convincere nuovi coloni a trasferirsi qui.

Gli incentivi non mancano: a partire dalla promessa di agevolazioni come il risarcimento per una sistemazione vicina al confine con la Striscia di Gaza e l’Egitto. Nella comunità Kerem Shalom oggi abitano solo 60 persone, compresi i bambini, troppo poche per farla funzionare. La promessa è quella di una vita più vicina agli ideali sionisti originari, “un kibbutz tradizionale come ai vecchi tempi”, ma anche facilitazioni come case fino a cento metri quadrati e il pagamento totale delle tasse universitarie. Il tutto, finanziato da una cassa comune, come vuole la tradizione di tipo socialista che ancora regola molti degli insediamenti di questo genere.

“Nella nostra comunità non ci sono nè la violenza e neppure gli adolescenti molesti e ubriachi. C’è un grande affetto e un senso di appartenenza che non si trovano più nelle città d’Israele”, hanno detto gli abitanti al quotidiano Yedioth Ahronoth. E c’è qualcuno che ha deciso di cambiare vita. E di trasferirsi qui, a una manciata di passi dalla Striscia di Gaza. E’ il caso di Zaor Ilagoyav che, allo stesso quotidiano israeliano, conferma: “Qui puoi percepire affetto, mentre in città a volte non sai nemmeno chi siano i tuoi vicini”.

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