cultura

Canta e prega

(foto di Yehonatan Zur)

Saranno pure “arretrati culturalmente” e “rozzi”, come dice qualcuno dalle parti di Tel Aviv, ma son pur sempre esseri umani. A cui un po’ di musica non dispiacerebbe. Proprio per questo, e per la prima volta, verrà aperta una scuola di musica rivolta proprio a loro, ai religiosi ultraortodossi.

L’istituto si chiama “Mizmor School of music”, avvierà i corsi nel prossimo anno scolastico e avrà un programma tutto incentrato sulla musica ebraica. Sono già arrivate decine di richieste d’iscrizione ed è già stata fatta un’audizione con una commissione composta dal musicista jazz Daniel Zamir, dal rabbino Mordechai Vardi e da un altro musicista, Itzik Weiss.

Gli ammessi, oltre a studiare musica e religione, dovranno anche portare a termine una missione non facile: creare un’intera opera rock dedicata alla vita del rabbino Nachman di Breslev, uno dei padri dell’ebraismo.

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attualità

In Israele le bandiere sono “Made in China”

Ma le decine di migliaia di bandiere biancazzurre, quelle d’Israele, appese ovunque durante il 62esimo anniversario dell’Indipendenza, ecco, quelle decine di migliaia di bandiere dove sono state realizzate? In Israele o in Cina?

La domanda, senza giri di parole, se l’è posta il quotidiano online Ynet. Che ha raccolto la denuncia dell’Associazione nazionale manifatturiera israeliana. Dicono, quelli dell’Associazione, che soltanto il 5% delle bandiere vendute dal 1° gennaio 2009 a oggi è stato prodotto in Israele. Il restante arriva da fuori, Cina in primis.

“Oggi tutti, a partire dalle nostre istituzioni, sono interessati al prezzo, non al valore simbolico della bandiera”, dice critico Ramzi Gabai, titolare dell’Ofix textile factory e membro dell’Associazione manifatturiera.

Made in Israel o Made in China, almeno una cosa è certa: a Tel Aviv, il Municipio ha deciso – per legge – che le bandiere dei pubblici uffici dovranno essere prodotto nazionale, non d’importazione.

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attualità

Concorso sulle Sacre scritture, solo un terzo posto per il figlio di Netanyahu

Avner Netanyahu insieme a papà Bibi e mamma Sara mentre riceve il riconoscimento per il terzo posto (foto Ynet)

Il candidato era proprio lì, vicino alla vittoria. Quando arriva la domanda, così difficile, da fargli perdere il primo posto e anche il secondo. E quel giorno di festa, per l’indipendenza d’Israele e per la possibile vittoria, diventa una lunga estenuante delusione. Perché la domandona finale gliel’ha fatta il padre. E perché quel padre è il primo ministro Netanyahu.

Cattiva sorte per Avner, il figlio giovane di Bibi, grande conoscitore della Bibbia e sulle tracce di suo nonno centenario Ben Zion, uno dei maestri del libro antico. Proprio il giovane Avner non è riuscito oggi a confermare i favori del pronostico nella tradizionale gara a quiz su temi biblici che corona le celebrazioni dell’indipendenza. Si è dovuto accontentare d’un terzo posto.

La competizione, aperta agli studenti di tutto il mondo, ha portato in finale 16 giovani campioni di memorizzazione dei Sacri Testi. Una delle domande più difficili, secondo consuetudine, è stata fatta dallo stesso primo ministro. Netanyahu junior non ce l’ha fatta a spuntarla e ha dovuto cedere il passo al vincitore assoluto – Or Asuel, un anonimo diciassettenne di Kfar Saba (distretto centrale d’Israele) – e a un altro contendente.

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attualità, economia

La Banca d’Israele: i lavoratori palestinesi mettono a rischio quelli israeliani

Gli stipendi ridotti dei lavoratori palestinesi rischiano di abbassare ulteriormente la busta paga dei dipendenti israeliani non qualificati. Con il timore che questo scateni una lotta all’interno di quella che viene definita la “manodopera povera”.

L’allarme lanciato dalla Banca d’Israele cade in un momento di forte ripresa economica per lo Stato ebraico. I palestinesi che lavorano in Israele – scrive il dossier della Banca nazionale – sono aumentati del 20% nel periodo 2002-2008.

“Questo aumento – continua il rapporto – contribuisce a dare una mano all’economia palestinese soprattutto dalle parti della Giudea e Samari e ha raccolto rimesse per circa 649 milioni di dollari nel 2008, il 10% della produzione palestinese”.

44mila palestinesi della contea in questione – quella di Giudea e Samaria – hanno lavorato in Israele in tutto il 2008, considerando i 25mila con permesso di lavoro e i 16mila che hanno prestato manodopera in modo illegale. Quasi tutti i lavoratori palestinesi che hanno lavorato da noi – scrive la Banca d’Israele – sono uomini.

Il dossier poi tocca il cuore del problema: le retribuzioni. Un lavoratore palestinese – secondo i calcoli – guadagna circa 55 dollari per ogni giorno di lavoro in Israele contro i 35 dollari di un dipendente in nero. Stipendi che sono circa il 20% in meno di quelli percepiti dai lavoratori israeliani.

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attualità

In sessantadue anni

Nel 1948, quando David Ben-Gurion fondò lo Stato d’Israele, gl’israeliani nati sul suolo nazionale erano soltanto il 35%. Oggi, sessantadue anni dopo, oltre il 70% della popolazione ebraica è nata in Israele.

A rendere noto questo dato è l’Ufficio nazionale di Statistica. Che scrive anche altro. Per esempio, che gl’israeliani di religione ebraica costituiscono il 75,7% dell’intera popolazione. Seguono, a distanza, quelli musulmani (20,4%).

Aumenta anche la popolazione. Dagli 806mila nel 1948 si è passati ai 7.411.000 nel 2008 per arrivare a 7.587.000 di oggi. Con 159mila neonati in più, 37mila deceduti, 16mila immigrati che si aggiungono agli altri già presenti e 9mila nuovi israeliani.

Poi il capitolo città. Nell’era di David Ben-Gurion, solo una città – Tel Aviv-Jaffa – aveva una popolazione superiore ai 100mila residenti. Oggi, continua l’Ufficio nazionale di Statistica, le città sono diventate quattordici. Sei di queste superano i 200mila abitanti: Gerusalemme, Tel Aviv-Jaffa, Haifa, Rishon Letzion, Ashdod e Petah Tikva.

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attualità

Amici fino alla fine

Ashraf Meriakh e Louay Nasser el-Din (foto Bokra.net)

L’arma era qualcosa in più che li univa. Perché Ashraf e Louay avevano molto in comune. Innanzitutto l’età, 21 anni. Poi il fatto che venivano dallo stesso posto, Daliyat al-Karmel, un villaggio druso poco fuori Haifa, nord d’Israele. Soprattutto, erano amici. Molto amici. Erano cresciuti insieme e insieme avevano deciso di fare i tre anni di leva obbligatori. Poi, certo, erano anche imparentati alla lontana fra loro.

Uniti. Fino alla morte. Arrivata quasi in contemporanea per entrambi. Ma niente fatalità. Perché a mettere fine ai loro 21 anni è stato un proiettile. Sparato – dicono i primi rapporti – dalle loro stesse armi. Suicidio. E un intero villaggio in pieno sgomento. Pieno di dubbi su quel duplice suicidio.

Dalle prime ricostruzioni sembra che il cadavere di Ashraf Meriakh sia stato trovato per primo attorno alle 6.30 del mattino, con una ferita d’arma da fuoco auto-inferta. I genitori di Ashraf avvertono, pur nel dolore, i parenti di Louay Nasser el-Din. Consigliano di dare la notizia della morte dell’amico nel modo più delicato possibile. Ma quando i genitori di Louay si recano dal loro figlio scoprono che lui non c’è più. Louay se n’era fuggito in una delle docce della base militare e s’era sparato due colpi addosso.

Dramma? Tragedia? Fatalità? Omicidio? Quello che è certo è che due ragazzi sono morti. Senza aver lasciato alcun messaggio d’addio. Un ulteriore strazio per le famiglie. Aver perso i cari senza sapere nemmeno il perché. Solo con la certezza che qualcosa a Daliyat al-Karmel sta succedendo. Perché oltre ad Ashraf e Louay, in una settimana si sono suicidate altre tre persone.

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