cartoline

Postcards from Middle East / 42

Un ragazzo palestinese sta per lanciare una molotov durante gli scontri contro l'esercito israeliano nella città di Qalandia, West Bank. Centinaia di palestinesi si sono scontrati con le forze dell'ordine a Gerusalemme e in molte zone della West Bank riportando l'intera area all'atmosfera subito prima della Seconda Intifada. Al centro delle violenze l'intenzione del governo israeliano di costruire nuovi insediamenti in territorio palestinese (Marco Longari / Afp)

Standard
commenti

Bibi l’irrequieto

Benjamin "Bibi" Netanyahu, primo ministro israeliano

Il buio della ragione. Ch’è anche il buio della regione. Passata la sbornia post-Obama, smaltiti gli effetti di un’Europa filo-israeliana e svanita la paura-propaganda che si chiama Ahmadinejad, Bibi Netanyahu, il primo ministro di Gerusalemme, ora alza la voce. Forse nel momento meno adatto. Per lui. Per il suo governo. E per il futuro del suo Paese. Perché alle spalle non ha che un manipolo di ebrei ultraortodossi e qualche deputato assetato di guerra e bombe.

Giorni folli per Bibi. Prima si fa sfuggire l’annuncio – durante la visita del vice-presidente Usa, Biden – sulle 1.600 nuove costruzioni a Gerusalemme Est. Poi tace. Poi si scusa con l’amministrazione Obama. Quindi incassa il rimprovero di quasi tutte le congiunzioni del potere statunitense. Infine sbotta. E rilancia: le costruzioni continueranno. Chissà dove. Chissà quando. Chissà perché.

Che succede Bibi? Lo Shas – il partito ultraortodosso israeliano – ti fa arrabbiare? Avigdor “Yvette” Lieberman ti fa saltare tutti i progetti politici? Il “sinistrorso” (e ministro) Ehud Barak non ti segue, anzi minaccia di uscire dal governo, e questo destabilizza la coalizione? Oppure quella donna – già per questo, un insulto per molti dei tuoi deputati -, che si chiama Tzipi Livni, ti fa capire ogni giorno di più che gli errori di ieri (spostare l’asse del governo tutto a destra) oggi sono gli stessi, anzi esplosi?

In tutto questo, la situazione, dalle parti di Gerusalemme è esplosiva. E non è una frase ad effetto. Così come instabile è Hebron. Oppure – e questo fa già più paura – Jaffa, il quartiere a maggioranza musulmana di Tel Aviv. Dove i ragazzini musulmani hanno iniziato a imitare i coetanei palestinesi, al di là del muro, lanciando pietre contro “interessi” israeliani. Siano questi oggetti, negozi o persone.

La sensazione – per dirla con i commentatori di qualsiasi area politica – è che Bibi Netanyahu abbia perso la guida del governo. Schiacciato da personaggi strani, condannato a dare ascolto – sempre e comunque – a quella minoranza-non minoranza che sono gli ultraortodossi e costretto a non chiedere il soccorso (politico e umano) di Tzipi Livni per non capitolare di fronte a lei – una donna – e di fronte alla nazione.

Cosa succederà nei prossimi giorni? Difficile dirlo. Perché, a questi livelli, può succedere di tutto. Che Bibi Netanyahu faccia un grosso passo indietro. E allora soffieranno brezze di pace coi palestinesi. Oppure il primo ministro deciderà di andare avanti. Convinto com’è che nella West Bank ci sono interessi etnico-religiosi da conservare a tutti i costi. E allora sarà la Terza Intifada. O, forse, starà zitto per qualche giorno. In attesa che la tempesta politica e sociale si calmi. Continuando, nel silenzio internazionale, a costruire. Ad aggiungere mattoni su mattoni, non soltanto al processo di Pace, ma all’intera storia mediorientale. Peccato perché con un’autorità palestinese assolutamente inesistente, prendere in mano le sorti di due popoli sarebbe stato un gesto di grande maturità politica.

La sensazione è che con Tzipi Livni sarebbe stata tutta un’altra storia. E questo hanno iniziato a capirlo anche gl’israeliani.

Standard
attualità, politica

“Uno dei leader più importanti”

Umberto Bossi, della Lega Nord, sull'home page del sito del quotidiano israeliano Ma'ariv

Umberto Bossi? “Uno dei leader politici più importanti d’Italia”. Non è un titolo della “Padania”, il quotidiano leghista. Ma un lungo – e articolato – pezzo uscito su Ma’ariv. Un quotidiano israeliano. Che, tra le tante cose, racconta come il Senatùr sia diventato “uno dei principali sostenitori dello stato israeliano”. “Il rivoluzionario è un nostro amico”, scrive il giornale.

Perchè Bossi piace fin lassù? Semplice: “perchè è pragmatico, perchè capisce le esigenze di un paese, perchè è passato dalla violenza politica al buongoverno”. E perchè, scrive Ma’ariv, ha due punti in suo favore. Primo: l’inno della Lega Nord è il Nabucco di Giuseppe Verdi, cioè “la canzone degli schiavi ebrei”. Secondo: perché i genitori della moglie hanno salvato molti ebrei durante la persecuzione nazista.

Poi il tocco finale, uno di quelli che fanno piangere il popolo di Gerusalemme: “Nonostante tutte le tragedie, gli ebrei non hanno mai perso la loro identità – ha detto Bossi ai quotidiani israeliani -. E nonostante le varie cacciate e persecuzioni, alla fine lo Stato d’Israele è riuscito a portarli tutti nella loro casa e a conservare intatta la propria cultura”.

Standard
attualità, politica

Un dottore in galera

Marwan Barghouti, membro di Al Fatah, condannato all'ergastolo dal tribunale israeliano per gli omicidi durante la seconda Intifada

Assassino, anti-israeliano, pluri-ergastolano. Da oggi – o meglio: tra un paio di giorni – anche un laureato. Anzi, un dottore con tutti i crismi. E non in un curriculum qualsiasi. Ma quello, forse, più significativo: scienze politiche.

Il protagonista è Marwan Barghouti, membro di Al Fatah nelle galere israeliane, responsabile di decine di omicidi durante la seconda Intifada e, proprio per questo, condannato a scontare cinque ergastoli. Il cinquantenne ha finito, dietro le sbarre, il dottorato in Scienze politiche. Un dottorato iniziato nel 1999 all’Università del Cairo, Egitto, tre anni prima di essere arrestato dall’esercito israeliano. Un percorso simile al 1980. Quando, sempre in una galera israeliana, riuscì a dare gli esami per il diploma delle scuole superiori.

La tesi – fanno sapere i suoi sostenitori – s’intitola “Le performance normative e politiche del Consiglio Legislativo Palestinese e il suo contributo al processo democratico in Palestina dal 1996 al 2008” ed è scritta su 341 pagine. Un titolo, e una dimensione, che secondo molti è più un programma politico in vista della sua futura libertà (in cambio di Gilad Shalit, sostengono in molti).

Il detenuto-candidato-studente Barghouti discuterà la tesi di fronte a un panel di docenti guidati dal prof. Ahmad Yussuf, decano dell’Accademia araba per le ricerche e gli studi. E se arriva alla sua ennesima laurea (ha già nel palmares un master in storia, in scienze politiche e in relazioni internazionali) lo dovrà soltanto – fanno notare i quotidiani israeliani – alla bontà del sistema penitenziario di Gerusalemme che consente ai detenuti di finire i loro studi in qualsiasi università del mondo.

Standard
attualità

“La Barbie è qui!”

A un certo punto, una bambina si avvicina. La guarda per qualche secondo. E scoppia a piangere. Di gioia. “La Barbie è qui!”, esclama la piccola. E singhiozza.

Succede tutto a Lakiya, una cittadina beduina in mezzo al deserto israeliano pochi chilometri a nord di Be’er Sheva. La Barbie, in realtà, è Jill Biden. La moglie bionda di Joe, il vice presidente degli Stati Uniti d’America.

Una visita nel deserto che Jill difficilmente dimenticherà. Perché è stata scambiata dalla bambina per la bambola più famosa al mondo, perché stonava con il suo vestito rosa scintillante in mezzo alle donne beduine. E – soprattutto – perché quando le associate di un’organizzazione no profit israeliana per l’eguaglianza sessuale le hanno chiesto di raccontare come vivono le donne negli Usa lei ha preferito non parlare.

Al contrario del marito che, invece, è famoso per la sua lingua lunga.

Standard
politica

E-lettori

Il parlamento israeliano

I tempi cambiano. Anche per la politica. Anche per Israele. Forse, il primo paese al mondo a voler usare i social network per aprirsi ai suoi e-lettori. Che sono anche – e soprattutto – elettori.

Molto presto, fanno sapere dal parlamento israeliano, i cittadini avranno la possibilità di chiamare via Skype i gruppi parlamentari della Knesset, scrivere i loro interventi sulle pagine Facebook di tutti i deputati o rimanere aggiornati via Twitter sui dibattiti più accesi e importanti della giornata.

Lo speaker del parlamento, Reuven Rivlin, parla di “rivoluzione”. Il direttore generale della Knesset, Dan Landau, più semplicemente, si limita ad evidenziare come Israele “stia facendo di tutto per far sì che il cittadino sappia sempre tutto dei rappresentanti che ha eletto”. I parlamentari si dicono tutti entusiasti.

Un entusiasmo – e una politica della trasparenza – che segue i mesi di dibattito e di polemiche su quanto gl’israeliani pensavano del loro parlamento: cioè un’ammucchiata di interessi privati, di personale poco adeguato e di esponenti, magari non tutti, ma quasi tutti corrotti.

L’operazione trasparenza 2.0, però, ha già posto i suoi primi problemi: i costi, soprattutto. Ma anche chi dovrà gestire le risposte, gli interventi dei cittadini sulle profili Facebook dei deputati. C’è chi dice di allestire un pool di persone in grado di moderare le frasi e chi, cosa che va per la maggiore, preme perché i politici non si dicano entusiasti delle novità solo a parole, ma che siano loro stessi a intervenire sui loro profili per togliere commenti poco consoni a una democrazia.

Standard