cultura

Il pasticcio

Il regista discusso Jonathan Segal (Ynet)

Una vicenda strana. Con sceneggiature taroccate e dipendenti licenziati. Con computer che fanno i capricci e giornalisti che alzano il dito. Sullo sfondo, un film. E una richiesta di finanziamento statale.

Il regista Jonathan Segal è finito nell’occhio del ciclone in Israele. Accusato, dal giornalista Yair Lapid, di fare un paragone tra l’occupazione israeliana in Cisgiordania e la Shoah nel film in preparazione che si chiamerà “Odem”. Lapid cita un documento inviato dalla casa di produzione del film all’Ente di stato per la cinematografia con la richiesta di un finanziamento.

Ma Segal ha negato che il film faccia un paragone simile. E qui parte il giallo. Perché, ha raccontato il regista, il documento inviato era stato scritto male da un produttore licenziato due anni prima. Non solo. Perché proprio quella richiesta – sbagliata – era stata inviata senza revisioni “per errore” dal computer di una delle persone che partecipano alla produzione del film.

Poi l’attacco. “Ho tutto il diritto di dire cose che per altri possono risultare sgradevoli”, ha detto Segal. “E’ il bello del nostro Paese: si possono dire cose diverse ed esprimere opinioni differenti”.

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attualità

Numeri

Da un lato i dati della polizia israeliana: “E’ stato un buon 2009 sul fronte della sicurezza interna”. Dall’altro, quelli di un sondaggio: solo il 43% dei delitti viene denunciato. Nel mezzo, il numero degli omicidi. Cresciuti. Anche se di poco. Erano 128 nel 2008. Sono diventati 135 nell’anno appena concluso.

“In generale, la criminalità è scesa del 3%”, ha dichiarato Dudi Cohen, della commissione di polizia. Ma oltre agli omicidi, sono cresciuti – sempre di poco – anche gli arresti: 60.000 tondi contro 58.500 del 2008. Scende, in tutto questo, il numero dei procedimenti aperti: 45.000 contro 50.000. Anche se, come ricorda il Global Corrupt Report 2009, Israele si piazza al 32esimo posto per i tassi di corruzione.

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flash

Flash / 1

Passaggi (forzati) di testimone
Le forze armate israeliane (Tsahal) hanno da oggi un nuovo rabbino capo militare, dal quale lo Stato maggiore si attende severità contro gli atteggiamenti d’insubordinazione manifestati di recente da soldati-coloni provenienti dalle scuole religiose contro la rimozione di avamposti ebraici nei territori palestinesi. Il prescelto è Rafi Peretz, colonnello pilota della riserva (promosso ora generale), che nella vita civile unisce ai compiti rabbinici e di direttore di un collegio giovanile pre-militare, quelli di marito e padre di 12 figli. Noto per essere uno dei pochi rabbini senza barba, Peretz – come l’uscente Avichai Rontzki, in carica per 4 anni – è un ex ufficiale con esperienze di combattimento e appartiene a una corrente nazional-religiosa rigorista, ma leale verso il sionismo.

Il giudice della Corte Suprema, Dorit Beinish

La scarpa anti-potere
Un israeliano ha lanciato oggi a Gerusalemme una scarpa contro la presidente della Corte Suprema, la giudice Dorit Beinish, colpendola al volto. L’israeliano, di circa 50 anni, la cui identità non è ancora nota, è entrato nell’aula del tribunale dove era in corso un’udienza e dopo essersi fatto indicare da uno dei presenti la signora Beinish si è alzato e urlando contumelie ha lanciato contro di lei una scarpa, colpendola al volto e ferendola in modo apparentemente non grave. L’udienza è stata interrotta, ma dovrebbe riprendere in presenza della signora Beinish. L’aggressore è stato arrestato. Si ignorano per ora le ragioni del gesto.

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attualità

Allarme rosso

Tutti al corso di scuola guida. La Or Yarok (luce verde) Road Safety Organization, un’associazione che periodicamente sintetizza lo stato di salute dei guidatori made in Israel, pubblica l’ultimo dossier. Accusando i patentati. E, nemmeno tanto velatamente, la polizia. Rea, quest’ultima, di non imporre sempre l’applicazione del codice.

Tremila incidenti stradali – scrive il rapporto – nel biennio 2007-2009 sono stati causati da autisti che ignoravano la luce rossa del semaforo. In totale, più di metà del totale dei disastri che coinvolgono autoveicoli nelle venti più grandi città d’Israele.

“La tendenza degli automobilisti israeliani a fregarsene del semaforo rosso ha raggiunto livelli ‘epidemici'”, ha detto Shmuel Abuav, portavoce di Or Yarok. E ha aggiunto: “E’ inutile negare che ormai è diventato un problema nazionale, economico e sociale”.

Più in dettaglio, lo studio di Or Yarok documenta come nelle cinque più grandi città di Israele – Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa, Rishon Lezion e Ashdod – 1,925 incidenti stradali negli ultimi due anni sono stati causati da “disattenzione nei confronti dei semafori”. 777 scontri solo a Tel Aviv e 456 a Gerusalemme.

E qui entra in gioco anche la polizia. Perché sei persone su dieci non si aspettano che le forze dell’ordine facciano qualcosa per punire gli indisciplinati. “Le forze in campo dovrebbero essere aumentate – propone Abuav – e molte più telecamere dovrebbero essere installate agli incroci semaforici”. Ad oggi, soltanto 47 telecamere risultano installate in tutto il Paese.

Interpellata dal Jerusalem Post per dire la propria sull’ultimo dossier, la Polizia stradale israeliana ha preferito non rispondere.

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attualità

Come Haiti

Quel che resta di una costruzione nella città di Leogane, isola di Haiti

Come Haiti. Se non peggio. Avi Shapira non usa mezzi termini. E si serve della tragedia dell’isola caraibica per avvertire Israele. Il sismologo, incaricato di valutare la capacità di risposta dello Stato ebraico in caso di una forte scossa scrive nel suo dossier: “Il Paese rischia di essere colpito da un terremoto della stessa magnitudo o superiore a quello che due settimane fa ha devastato Haiti”. E, quel ch’è peggio, Israele “non è in grado di fronteggiare una simile emergenza”.

«Sono appena tornato da Haiti. Quello che è accaduto laggiù avverrà anche qui», ha dichiarato Shapira riferendo alla Knesset. Gli ospedali israeliani, poi, non sarebbero pronti per gestire un simile disastro e almeno il 20 per cento degli edifici è stato costruito prima del 1980 senza adottare i criteri antisismici.

«Per questo, Israele deve prendere precauzioni per ridurre i danni potenziali», ha concluso l’esperto. L’ultimo terremoto di forte intensità (magnitudo superiore a 6) che ha colpito lo Stato ebraico risale al 1927 e provocò oltre 500 morti. Gli esperti, peròa, concordano sul fatto che oggi, in caso di terremoto della stessa magnitudo, le vittime sarebbero oltre 18mila a causa dell’alta crescita demografica e urbana del Paese.

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attualità, cultura

Fatenah – Una storia vera

Fatenah (Fatima, in italiano), protagonista del primo film animato fatto in Palestina (AP Photo)

Fatenah (Fatima, in italiano) ha 27 anni. Abita nella Striscia di Gaza. E ha un cancro al seno. Fatenah è anche la protagonista di un film animato, che dura quanto gli anni della donna. Ed è anche la prima pellicola di questo genere prodotta in Palestina.

Fatenah riproduce la vita nella Striscia. Descrive la lotta quotidiana di questa donna per la sopravvivenza. Un dramma umano. Una storia vera. Tra le tante raccolte dall’Organizzazione mondiale della Sanità. E’ una pellicola che cerca di raccontare il mini-esodo di circa 1.000 pazienti di Gaza che ogni mese chiedono all’Autorità israeliana un visto per motivi di salute. Che consente loro di curarsi in cliniche specializzate a Gerusalemme Est, Israele, Giordania e West Bank.

“Ma nonostante questo, c’è un 30 per cento di questi pazienti, circa 300 al mese, che non riescono a curarsi fuori dalla Striscia”, denunciano gli sceneggiatori Saed Andoni, Ahmad Habash, e Ambrogio Manenti (medico italiano dell’Oms).

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politica

Querele, denunce e minacce

Il primo ministro Netanyahu con la moglie Sarah e i due figli sull'aereo di Stato in una foto del 14 luglio 1996 (Yaakov Saar/GPO via Getty Images)

E ora partono le querele ai giornali. Fatto raro. Almeno in Israele. Soprattutto se a farla è il primo ministro. Benyamin Netanyahu e la moglie Sara hanno deciso di portare in tribunale – chiedendo un risarcimento di circa 190mila euro – il quotidiano Maariv per aver scritto che la first couple ha sottopagato e poi licenziato un anziano giardiniere in servizio nella lussuosa – e oggi chiacchierata – villa al mare di Cesarea, nord di Tel Aviv.

La cosa più grave – scrive Maariv – è che il signore è padre di un caduto di guerra. Che in Israele sono vittime da maneggiare con molta delicatezza. La smentita – con querela – arriva per bocca dell’avvocato della coppia, David Shimron: “L’anziano signore continua a lavorare presso la casa del primo ministro”, ha detto il legale.

La telenovela, in ogni caso, resta aperta. Pendono, in tribunale, le denunce presentate da almeno due ex domestiche contro Sarah Netanyahu (terza moglie del premier israeliano) per sfruttamento, umiliazione, abusi morali. Denunce riprese con grande evidenza dai media locali nel caso dell’ormai nota ex governante Lillian Peretz, 44 anni, licenziata in tronco nel 2009, ma ora anche di una seconda, misteriosa ex donna di servizio: che – stando a quanto rivelato oggi stesso dal quotidiano Yedioth Ahronoth – ha a sua volta fatto ricorso alle vie legali nei confronti della signora Netanyahu, nell’ambito di un procedimento le cui carte restano per ora secretate.

A rendere tutta la situazione ancora più delicata è la denuncia di Haim Peretz, marito dell’ex governante. “Qualcuno mi ha minacciato per telefono, intimandomi di far ritirare la denuncia di mia moglie al tribunale del lavoro di Tel Aviv entro dodici ore”, ha dichiarato l’uomo. E’ la seconda telefonata minatoria dopo quella ricevuta dalla moglie.

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