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In grande stile

Come Chicago negli anni Venti. O come certi arresti a Palermo o Napoli. Gli israeliani si sono ricordati di avere associazioni mafiose anche nel loro territorio. A farglielo notare è stata un’operazione anti-mafia in grande stile portata a termine nelle scorse nel centro-sud del Paese, con l’arresto di 32 persone affiliate a tre diversi clan e sospettate di omicidi, attentati, estorsioni, intimidazioni, traffico di armi e di droga.

Fra i delitti attribuiti ci sarebbe anche l’uccisione di Eli Uzan, ex calciatore dell’Hapoel di Beersheba, vittima d’una gang accusata in passato di aver gestito una centrale di scommesse clandestine e organizzato un giro di partite truccate. La retata – ha rivelato Yossef Cohen, capo della polizia nella regione meridionale del Neghev – è stata resa possibile dal contributo di un “collaboratore di giustizi”.

Fra le persone finite in manette spicca il nome di Hagai Zagori, indicato dalla polizia come “il boss di Beersheba”, la cui uscita dal carcere nel 2008 – dopo una precedente condanna a sette anni legata proprio alla “calciopoli” israeliana – era stata seguita da una serie impressionante di agguati e regolamenti di conti.

Secondo i sondaggi, gran parte della popolazione si mostra preoccupata per l’aumento del tasso di criminalità in Israele e in genere lo mette in relazione con le ultime ondate migratorie dai Paesi dell’ex Urss (Ucraina, Russia, Georgia) o dall’Etiopia. Il fenomeno sembra andare tuttavia al di là di tali comunità, come confermano i fermi odierni di ‘padrinì autoctoni, estranei alle generazioni recenti di immigrati.

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