reportage

Appunti di viaggio / 5

Palazzoni sul lungomare di Tel Aviv (foto L.B.)

TEL AVIV – E adesso chi glielo dice al governo Netanyahu che il «nemico» non è solo ai confini, ma anche dentro? Perché i giovani israeliani di religione musulmana non si sentono membri di una stessa nazione. Secondo loro lo Stato li discrimina. Perché non sono ebrei. E perché non sono sangue del loro sangue.

Quando inizia lo Shabbat – il venerdì al calare del sole – il lungomare di Tel Aviv si trasforma. Di ebrei nemmeno l’ombra. Così, per alcuni chilometri. Da Jaffa – la parte vecchia della città – fino al Porto, un tempo in decadenza, ora centro di divertimenti notturni.

In tutto questo tratto, con centinaia di ettari di prato verde con l’erba curata, gli angoli giochi per bambini e salutisti, le piste per il jogging e la bici e decine di locali che danno sul mare, ecco, in tutto questo tratto, si vedono soltanto famiglie e giovani musulmani. Quasi tutti hanno un passaporto israeliano. Ma tutti parlano in arabo. Vestono in arabo. Mangiano arabo. Un pezzo di Palestina o di Siria o di Libano in mezzo a Israele.

Migliaia di persone. Sedute sul prato – nonostante i cartelli di divieto – cucinano la carne, trascorrono la serata fino a notte. Quando non si mangia, i maschi sono da una parte. Le donne – velate – dall’altra. Ma sempre guardate a vista. I giovani siedono sulle panchine o sugli scogli e fumano il tabacco con il narghilè. Altri – un po’ più «occidentalizzati» – alzano al massimo il volume dei loro stereo e ballano, mentre la musica araba-pop si diffonde tra le palme e i grattacieli e il traffico ridotto al minimo.

La spiaggia che da Jaffa porta al cuore di Tel Aviv (foto L.B.)

Verso le dieci, l’ora della passeggiata digestiva, gruppi di ragazzine – anche loro velate – camminano sul lungomare. Ridono, mandano messaggi con il cellulare, lanciano sguardi ammiccanti ai ragazzi – sempre musulmani – che incrociano. Il velo non riesce a nascondere la loro adolescenza. Ma poi basta che se ne accorga il fratellino o un cugino o il padre, che la serata prende un’altra piega. Partono urla, spintoni. E qualche schiaffo. Le madri – le vere complici delle figlie – non parlano. Subiscono. Qualche metro più in là, giovani coppie si fermano a comprare lo zucchero filato. Il venditore – neanche a dirlo – è musulmano. Come lo sono tutti quelli che vendono i gadget più disparati per i bambini.

L’altro volto di Tel Aviv. O, meglio, l’altra Tel Aviv. Una città parallela. Che vive quando quella «ufficiale» è in vacanza. Quando gli ebrei se ne stanno a casa oppure passano lo Shabbat da qualche altra parte. Due comunità. In mezzo, un muro. Invisibile, certo. Ma con effetti concreti.

«Non ho amici ebrei e non ci tengono ad averli», dice – in un inglese imperfetto – Mohammed (almeno è così che si fa chiamare). Ha 23 anni e lavora in un fast food di Jaffa. «Loro non meritano il nostro rispetto e nemmeno le nostre fatiche», continua, mentre al suo fianco altri sembrano discutere sulla qualità del tabacco nel narghilè. «Guarda dove vivono quelli che tu chiami “connazionali” – interviene l’altro dei due – in lussuosi palazzi, con strade pulite, e migliaia di shekel (moneta locale) in tasca. Non come noi che viviamo in palazzi fatiscenti, strade sporche e acqua inquinata». Indica i palazzoni che si affacciano sul mare. «Vivono ad Allenby Street o nella Sheinkin o in Rotschild. Quelli più ricchi stanno in mezzo al verde, al nord, vicino all’Università. Noi, invece, cresciamo vicini alle fogne».

Vicini, ma lontani. Un ristorante kosher vicino a una moschea (foto L.B.)

E il lavoro? «Non ti prende nessun ebreo – risponde Mohammed – e lo capisci da come ti guardano da subito, come se avessimo una malattia venerea. E non vale solo per me, ma anche per mio padre, per i miei zii e per i genitori dei miei amici». «Ho fatto molte richieste alle agenzie interinali – spiega Samir, 25 anni, ma ho ricevuto proposte solo da attività gestite da israeliani musulmani. Proposte di bassa manovalanza, però, anche se ho una laurea». In Legge, presa all’Università del Cairo.

Quanto all’amore, poi, non è che cambi granché. Racconta Samir: «Se sei musulmano le ragazze ebree non si avvicinano. Nemmeno per essere amici, figurarsi qualcosa di più». «Le nostre sono molto più belle – è convinto Mohammed – non abbiamo bisogno di loro. Eppoi c’è il rischio che si facciano figli gay!». Mohammed ride. Anche gli altri ridono. Che intanto sono diventati in tanti. Le domande di un «occidentale» li hanno incuriositi. Ascoltano. Chi seduto per terra, chi sugli scogli, chi appoggiandosi le mani sulle ginocchia. Spesso annuiscono. Si dicono qualcosa in arabo.

Non ci sono gay musulmani? Chiedo. «Scherzi? – dice sicuro Mohammed – E se anche ci fossero, non farebbero una bella fine. Siamo gente seria, non come gli ebrei». L’approvazione generale rischia l’applauso. Nel bel mezzo del lungomare di Tel Aviv, nota città “gay friendly”.

Intanto, il mare s’è fatto più agitato. Le onde sbattono contro gli scogli. La luce dei lampioni illumina la schiuma che arriva a metri di distanza. Gli israeliani musulmani continuano a schiamazzare, a mangiare, a fumare. I bambini a giocare. La polizia è quasi assente. Ogni tanto passa qualche turista. Ogni tanto. Per il resto, il venerdì e il sabato sera, il lungomare di Tel Aviv è un altro posto. Una sentinella, forse, di quello che potrebbe succedere in futuro. Perché l’insofferenza dei musulmani verso lo Stato è tanta. Perché il 20% della popolazione è di religione musulmana. E perché, come dice Samir, il laureato, «questo è un posto musulmano. Bisogna soltanto aspettare un po’, sacrificarsi tanto. Alla fine costruiremo la più grande moschea dell’area in mezzo a Israele».

© Leonard Berberi

TEL AVIV – E adesso chi glielo dice al governo Netanyahu che il «nemico» non è solo ai confini, ma anche dentro? Perché i giovani israeliani di religione musulmana non si sentono membri di una stessa nazione. Secondo loro lo Stato li discrimina. Perché non sono ebrei. E perché non sono sangue del loro sangue.Quando inizia lo Shabbat – il venerdì al calare del sole – il lungomare di Tel Aviv si trasforma. Di ebrei nemmeno l’ombra. Così, per alcuni chilometri. Da Jaffa – la parte vecchia della città – fino al Porto, un tempo in decadenza, ora centro di divertimenti notturni.

In tutto questo tratto, con centinaia di ettari di prato verde con l’erba curata, gli angoli giochi per bambini e salutisti, le piste per il footing e la bici e decine di locali che danno sul mare, ecco, in tutto questo tratto, si vedono soltanto famiglie e giovani musulmani. Quasi tutti hanno un passaporto israeliano. Ma tutti parlano in arabo. Vestono in arabo. Mangiano arabo. Un pezzo di Palestina o di Siria o di Libano in mezzo a Israele.

Migliaia di persone. Sedute sul prato – nonostante i cartelli di divieto – cucinano la carne, trascorrono la serata fino a notte. Quando non si mangia, i maschi sono da una parte. Le donne – velate – dall’altra. Ma sempre guardate a vista. I giovani siedono sulle panchine o sugli scogli e fumano il tabacco con il narghilè. Altri – un po’ più «occidentalizzati» – alzano al massimo il volume dei loro stereo e ballano, mentre la musica araba-pop si diffonde tra le palme e i grattacieli e il traffico ridotto al minimo.

Verso le dieci, l’ora della passeggiata digestiva, gruppi di ragazzine – anche loro velate – camminano sul lungomare. Ridono, mandano messaggi con il cellulare, lanciano sguardi ammiccanti ai ragazzi – sempre musulmani – che incrociano. Il velo non riesce a nascondere la loro adolescenza. Ma poi basta che se ne accorga il fratellino o un cugino o il padre, che la serata prende un’altra piega. Partono urla, spintoni. E qualche schiaffo. Le madri – le vere complici delle figlie – non parlano. Subiscono. Qualche metro più in là, giovani coppie si fermano a comprare lo zucchero filato. Il venditore – neanche a dirlo – è musulmano. Come lo sono tutti quelli che vendono i gadget più disparati per i bambini.

L’altro volto di Tel Aviv. O, meglio, l’altra Tel Aviv. Una città parallela. Che vive quando quella «ufficiale» è in vacanza. Quando gli ebrei se ne stanno a casa oppure passano lo Shabbat da qualche altra parte. Due comunità. In mezzo, un muro. Invisibile, certo. Ma con effetti concreti.

«Non ho amici ebrei e non ci tengono ad averli», dice – in un inglese imperfetto – Mohammed (almeno è così che si fa chiamare). Ha 23 anni e lavora in un fast food di Jaffa. «Loro non meritano il nostro rispetto e nemmeno le nostre fatiche», continua, mentre al suo fianco altri sembrano discutere sulla qualità del tabacco nel narghilè. «Guarda dove vivono quelli che tu chiami “connazionali” – interviene l’altro dei due – in lussuosi palazzi, con strade pulite, e migliaia di shekel (moneta locale) in tasca. Non come noi che viviamo in palazzi fatiscenti, strade sporche e acqua inquinata». Indica i palazzoni che si affacciano sul mare. «Vivono ad Allenby Street o nella Sheinkin o in Rotschild. Quelli più ricchi stanno in mezzo al verde, al nord, vicino all’Università. Noi, invece, cresciamo vicini alle fogne».

E il lavoro? «Non ti prende nessun ebreo – risponde Mohammed – e lo capisci da come ti guardano da subito, come se avessimo una malattia venerea. E non vale solo per me, ma anche per mio padre, per i miei zii e per i genitori dei miei amici». «Ho fatto molte richieste alle agenzie interinali – spiega Samir, 25 anni, ma ho ricevuto proposte solo da attività gestite da israeliani musulmani. Proposte di bassa manovalanza, però, anche se ho una laurea». In Legge, presa all’Università del Cairo.

Quanto all’amore, poi, non è che cambi granché. Racconta Samir: «Se sei musulmano le ragazze ebree non si avvicinano. Nemmeno per essere amici, figurarsi qualcosa di più». «Le nostre sono molto più belle – è convinto Mohammed – non abbiamo bisogno di loro. Eppoi c’è il rischio che si facciano figli gay!». Mohammed ride. Anche gli altri ridono. Che intanto sono diventati in tanti. Le domande di un «occidentale» li hanno incuriositi. Ascoltano. Chi seduto per terra, chi sugli scogli, chi appoggiandosi le mani sulle ginocchia. Spesso annuiscono. Si dicono qualcosa in arabo.

Non ci sono gay musulmani? Chiedo. «Scherzi? – dice sicuro Mohammed – E se anche ci fossero, non farebbero una bella fine. Siamo gente seria, non come gli ebrei». L’approvazione generale rischia l’applauso. Nel bel mezzo del lungomare di Tel Aviv, nota città “gay friendly”.

Intanto, il mare s’è fatto più agitato. Le onde sbattono contro gli scogli. La luce dei lampioni illumina la schiuma che arriva a metri di distanza. Gli israeliani musulmani continuano a schiamazzare, a mangiare, a fumare. I bambini a giocare. La polizia è quasi assente. Ogni tanto passa qualche turista. Ogni tanto. Per il resto, il venerdì e il sabato sera, il lungomare di Tel Aviv è un altro posto. Una sentinella, forse, di quello che potrebbe succedere in futuro. Perché l’insofferenza dei musulmani verso lo Stato è tanta. Perché il 20% della popolazione è di religione musulmana. E perché, come dice Samir, il laureato, «questo è un posto musulmano. Bisogna soltanto aspettare un po’, sacrificarsi tanto. Alla fine costruiremo la più grande moschea dell’area in mezzo a Israele».

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