attualità

Il turismo dell'”occupazione”

Dieci ragazzi di una scuola di fotografia di Roma. Uno studente giapponese con gli occhiali Gucci. Un pastore protestante di nazionalità francese. Tra di loro non si conoscono. Non sono “amici” su Facebook. Ma si trovano tutti nello stesso posto. E nello stesso istante. Bil’in. Palestina.

Cosa ci facciano in questo pezzo di terra che è sempre attraversata da manifestazioni imponenti e da scontri tra soldati israeliani e palestinesi non è chiaro. O meglio. Una cosa sola è certa: sono a Bil’in come turisti. Ma dell'”occupazione”.

E’ la nuova frontiera del turismo. Andare in un posto perché c’è qualcosa da vedere. Che non è un monumento o un museo o un fiume o una costruzione. Ma perché c’è lo scontro armato.

E, come ogni normale posto visitato, c’è un continuo scattare di foto. Con macchine professionali, digitali o – più semplicemente – con il cellulare. Un’istantanea alle madri che urlano. Un’altra ai giovani che lanciano pietre. Un’altra ancora alle divise dei soldati israeliani. Qualche primo piano di un bossolo rimasto per terra o del volto di un bambino e via, tutti a casa (in Italia, Giappone o Francia che sia) a pubblicare le foto su Facebook, su Flickr. A inserire i video su YouTube. E, soprattutto, a far vedere quel pezzo di realtà agli amici, ai genitori, ai colleghi di lavoro. Così, come se si trattasse delle Maldive o delle meraviglie di Sydney. E per dire a tutti i conoscenti “io ci sono stato”. A far cosa non si sa. Se non per vanto personale.

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