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Postcards from Middle East / 13

Operai palestinesi lavorano alla costruzione di un nuovo edificio civile nell'insediamento ebraico di Har Homa, a sud di Gerusalemme. Ieri, il governo israeliano ha annunciato che darà il via libera all'edificazione di altre 117 case. Un altro progetto del premier Netanyahu ha messo sul piatto 700 appartamenti a Gerusalemme Est. Dura la condanna di palestinesi e governo Usa (Jim Hollander / Epa)

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attualità

“Stop ai cartoni giapponesi”

Il logo di Al Jazeera Children

“Troppa violenza in tv”. “E’ ora di dire basta”. Intellettuali palestinesi contro le emittenti che trasmettono programmi per bambini. In una guerra che, a detta di molti, è fatta soltanto per salvaguardare la crescita dei piccoli. E in una zona, la West Bank, dove la tv ha una duplice funzione: informare su quello che sta succedendo nella propria area e trattenere il più possibile dentro casa donne e minori. Perché là fuori dalle mura di casa, si muore per niente.

La produzione tv fatta in casa è quasi assente. Così nelle fasce di maggiore ascolto minorile, vanno in onda cartoni animati giapponesi. Che, a detta dell’analista Daoud Kouttab, hanno tre difetti: sono tradotti nell’arabo base (in modo che possano essere compresi dai 23 paesi che lo parlano), hanno un contenuto violento e, soprattutto, spesso assumono connotati religiosi.

Nel mirino della critica finiscono i canali monotematici come Spacetoon e Mbc3. “A colpi di manga e di violenza stanno abituando i nostri figli all’idea che questa sia giusta”, dicono. Ma non viene risparmiata nemmeno la neonata Al Jazeera Children, nonostante i programmi per i ragazzini siano meno violenti e più profondi. La lingua, l’arabo semplice, non aiuta i piccoli palestinesi che non possono andare a scuola. O, come il 65% del totale, che non possono accedere alle istituzioni pre-scolari (il nido, l’asilo).

“E’ cruciale che i nostri piccoli crescano con dei format che abbiano come target proprio loro e non gli altri bambini arabi sparsi per l’area”, chiedono gli intellettuali. E denunciano: “I nostri figli, con questi cartoni animati, crescono senza coltivare gli ideali di libertà, condivisione dei valori e rispetto delle diversità linguistiche, religiose ed etniche”.

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cultura

Non ora (et labora)

Sguardo di disapprovazione di un ebreo ultraortodosso nei confronti di una donna in preghiera (Afp)

Gerusalemme non è una città per religiosi. Di sesso femminile. Chiedere a Nofrat Frankel, che rischia fino a 6 mesi di reclusione e 3.000 dollari di multa per aver pregato davanti al Muro del Pianto indossando il talit (uno scialle) e aver letto la Torah. “Sono oggetti che possono usare soltanto gli uomini”, urlano i rabbini di Gerusalemme. Con il rabbino capo del Muro ovest, Shmuel Rabinovich, che ha parlato di “provocazione inaccettabile”.

La battaglia degli ultraortodossi, partita dal quartiere Mea Shearim, ormai è a tutto campo. Contro Internet. Contro i trasporti pubblici che ospitano entrambi i sessi. Contro i residenti stranieri colpevoli – ai loro occhi – di comportamenti blasfemi. E contro le donne che vogliono pregare come gli uomini.

L’associazione che riunisce queste religiose si chiama “Women of the Wall” (WoW). Un venerdì, il giorno d’inizio dello Shabbat, in 200 si sono presentate di fronte al Muro e si sono messe a pregare. Incuranti della pioggia leggera. E, soprattutto, del cumulo di ebrei maschi che, col tipico abbigliamento degli ultraortodossi, urlavano “naziste”, “andate via da qui”.

Lo spazio di preghiera di fronte al Muro è diviso in due: un pezzettino è riservato alle donne. Che, però, possono soltanto cantare e non pregare. A pochi metri da loro, gli uomini intonano preghiere, leggono la Torah, indossano il talit. “Ma i nostri libri sacri non prevedono la discriminazione”, dice Anat Hoffman, leader del Wow, a Yedioth Ahronoth. Anche se una sentenza del 2003 della Corte ha stabilito che le donne del WoW non potranno pregare sul Muro per ragione di ordine pubblico.

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cultura

Last fashion in Bethlehem

Khawla Abu Sada, 31 anni, stilista palestinese (Ruth Eglash / Jerusalem Post)

“Voglio cambiare l’abbigliamento della West Bank”. Una missione difficile per Khawla Abu Sada. 31 anni, cristiana e stilista di Betlemme con casa a Beit Sahour. Da meno di un anno ha aperto la sua attività in Palestina e l’ultimo ordine che ha ricevuto è di creare una serie di magliette dedicate al Natale.

“Soltanto adesso le donne palestinesi hanno capito che possono permettersi un abbigliamento unico e personalizzato”, racconta Abu Sada al Jerusalem Post. “La maggior parte dei vestiti qui a Betlemme è di bassissima qualità – continua la stilista -. Vengono dall’estremo Oriente, costano poco e non propongono alcuna varietà. Sono tutti uguali”.

Abu Sada, a differenza di molte sue coetanee, non ha problemi di soldi. E’ la moglie di Fadi, il capo del Palestinian News Network. E madre di due figli. “Le palestinesi amano spendere per i vestiti e amano seguire l’ultima moda – svela la 31enne -. Solo che non ne hanno la possibilità. Così a volte vedo delle ragazze indossare roba che loro ritengono sia fashion, ma quando chiedo loro perché indossano proprio quel modello non mi sanno rispondere”.

La sfida di Abu Sada non è però facile. Per questioni religiose, economiche. E politiche.

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reportage

Appunti di viaggio / 3

Dalle parti di Kikar Paris (foto L.B.)

HAIFA – C’è un detto israeliano che dice, più o meno, così: “A Tel Aviv ci si diverte, a Gerusalemme si prega mentre ad Haifa si lavora”. Ma c’è un’altra credenza popolare: ad Haifa, 265mila abitanti, la convivenza tra ebrei e musulmani è possibile. E funziona.

Sarà. Ma in questo pezzo di terra quasi al confine con il Libano, piena di scalini e di sali e scendi che tormentano l’animo e il fisico, la convivenza da un po’ è messa in crisi. Vuoi per colpa del conflitto con Beirut. Vuoi per quella metropolitana-funivia, il Carmelit – l’unica nel Paese -, costruita “soltanto per gli ebrei”. Almeno è questo quello che dicono i musulmani. Solo che il treno della discordia esiste nel paese dal 1959. E rinnovata nel 1992.

“Fino a qualche anno fa andavamo d’accordo. Ma perchè questa è una città d’affari. E quando si tratta di guadagnare qualcosa, tutti noi mettiamo da parte le divergenze”. Abdullah, 48 anni, gestisce un minimarket in Kikar Paris (piazza Parigi). Esattamente di fronte all’ingresso del Carmelit. E la convivenza? “Una favola – risponde secco -. Che convivenza vuoi che ci sia quando gli ebrei sono il 90% della popolazione totale?”.

Mentre lancia un’occhiata all’addetto alla sicurezza che controlla tutti i clienti in entrata, Abdullah si avvicina a una gigantografia di Haifa ripresa dal mare. “La città è divisa in tre parti – spiega con l’aria di chi la sa lunga -: in basso, la parte più povera, ci siamo noi musulmani. Nel mezzo ci sono gli ortodossi: russi, ucraini, polacchi, moldavi. In alto, nella zona più ricca della città, ci sono gli ebrei”. Batte l’indice sul sommità della città. Poi sbuffa. “Noi non possiamo andare sopra. Gli ebrei, se possono, evitano di mettere piede dalle nostre parti. Voi europei la chiamate convivenza?”.

Un convoglio del Carmelit in partenza

Verità o frustrazione di un singolo individuo? Basta attraversare la città. Dall’alto fino a giù, alla parte portuale che in alcuni tratti puzza di pesce e ferraglia arrugginita.

Quando parte, il treno del Carmelit è quasi vuoto. E tutti i passeggeri sono ebrei. In una decina di minuti raggiungiamo l’ultima fermata: Gan Ha’em. Fuori, il panorama è completamente cambiato. Strade appena asfaltate, giardini ben tenuti, palazzi alti e nuovi. E un vento che soffia così forte che a volte sei costretto a evitare pezzi di cartone che volano e ti sbattono contro a sorpresa. Le scritte dei negozi e degli uffici sono tutte in ebraico. Le scuole pure. Trionfano i colori bianco e azzurro. E quasi ogni casa ha una bandiera d’Israele esposta. I bambini indossano la kippah. Dei musulmani nemmeno l’ombra.

“Qui non li vogliamo. E’ gente cattiva”, racconta Avi, copricapo tipico in testa, barba incolta e proprietario di uno studio fotografico “da 30 anni”. Le stesse parole, a volte moderate, a volte dure, si sentono dire anche dagli altri ebrei. Ma allora perché nel mondo si pensa che Haifa sia esempio di convivenza civile? “Balle – interrompe il fotografo Avi -. Avranno visto gli ebrei più poveri vivere nella parte basse della città e avranno pensato che così è ovunque”.

Provo a scendere di un girone. Quello che – secondo Abdullah – sarebbe abitato dagli ortodossi dell’Est Europa. I negozi ebrei si diradano fino a sparire. In contemporanea iniziano a dominare le scritte cirilliche. Negozi di frutta e verdura con i prezzi in shekel ma con parole incomprensibili agli stessi ebrei. Supermercati con prodotti che arrivano dalla Russia. O dall’Ucraina. Anche le edicole non vendono Haaretz o il Jerusalem Post, ma quelli che vengono stampati a Mosca. E ancora: negozi di cianfrusaglia di stoffa, parrucchiere ucraine e venditori di bigiotteria e di anelli e orecchini d’oro.

Haifa, dall'alto (foto L.B.)

In questa terra di mezzo di Haifa sono spariti gli alberghi di lusso e i giardini. Così come i ristoranti, le strade bene asfaltate e le abitazioni a molti piani. Ci sono solo case basse, qualche palazzo decrepito, auto targate Haifa, ma anche Kiev. Non c’è nemmeno un ebreo o un musulmano. Alle domande rispondono con monosillabi. O con frasi di circostanza. A volte s’insospettiscono. “Molti vivono da irregolari”, racconta un venditore di bibite fresche. E risponde solo perché in cambio gli ho comprato un succo di frutta. A un prezzo che è aumentato del 50% rispetto ai supermercati normali. “Viviamo bene qui – continua -. Non diamo fastidio a nessuno e non m’interessa sapere perché qui non ci sono nè ebrei nè musulmani”, taglia corto.

In fondo alla strada, da un appartamento, la canzone di un rapper russo invade la strada. Partono urla. Sempre in russo. Poi la musica smette. La polizia? In questo pezzo non si vede. Per oltre due ore abbondanti.

Ancora un passo verso il mare. Ancora centinaia di gradini da percorrere. L’intreccio di strade porta ad HaRav Marcus. A ridosso del porto. Terzo girone: la parte musulmana. La sporcizia domina. I cassonetti sono pieni di immondizia. Le case, per la maggior parte costruite negli anni ’40-’50 (o almeno così sembra) hanno le pareti rovinate o sporche. Le finestre sono blindate da inferriate fisse. Gli odori della spazzatura si mischiano con quelle della cucina. Urla qua e là. Pochissime macchine. E bambini che – pisello in fuori – si mettono a pisciare. Chi dal balcone del terzo piano. Chi dalla finestra di quella che sembra essere una camera da letto. E l’urina va giù, a metri di distanza. Spinta dal vento che – a quest’altezza – c’è, ma è meno forte della parte alta.

A un certo punto le case finiscono. Un appezzamento di terriccio rosso e pietra è stato recintato da anni. Ma non c’è nessuna costruzione. Solo altri rifiuti che qualcuno avrà buttato nottetempo. Nessuno risponde. Le donne non si fermano nemmeno. I bambini sono invece incuriositi. Gironzolano attorno. Parlano in arabo. Vai a capire cosa dicono.

Proprio in fondo, a ridosso della circonvallazione, tre negozi che vendono ferraglia arrugginita stanno chiudendo. Le scritte sono in ebraico. I gestori sono pure loro ebrei. “Abbiamo solo il negozio qui, ma abitiamo sopra”, dicono subito. La convivenza? “Quale convivenza? Noi stiamo per i fatti nostri. Loro pure. A me la convivenza non interessa. Basta che ho da mangiare ogni giorno”.

© Leonard Berberi

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