attualità, politica

No man left behind

Gilad Shalit

No man left behind. Nessun uomo è lasciato indietro. Ricordi Netanyahu? Te l’hanno insegnato la prima volta che hai indossato una divisa verde. E non te lo sai mai più dimenticato. Erano altri tempi, certo. Scorreva più sangue.

Ma quel motto, ancora vivo, dovrebbe – deve – valere anche oggi. Anche – e soprattutto – di fronte a Gilad Shalit. Un adolescente diventato uomo troppo in fretta. Un ragazzo che ha vissuto vent’anni in tre. E in un tugurio. Nascosto al mondo. E alla luce del sole.

Sono ore “drammatiche” per il caporale Gilad Shalit. Il ragazzo mingherlino, con gli occhiali tondi e lo sguardo da infante. Il riservista nato a Mitzpe Hila, al confine con il Libano. Un agglomerato di case sconosciuto al mondo in cui ci abitano meno di 600 persone. Aveva 19 anni e 10 mesi quand’è stato catturato dall’altra parte del Paese, al confine con Gaza.

Da lì la lunga odissea. Sua. Del padre Noam. Della madre Aviva. E di un’intera nazione che, dopo Ehud Goldwasser e Eldad Regev, vive il terzo grande trauma della sua recente storia.

Ore decisive. “Cosa deciderebbe papà Netanyahu se nelle mani degli integralisti palestinesi ci fosse suo figlio?”, si chiedeva una foto apparsa oggi su Internet. Più che una foto, un fotomontaggio. Dove il volto di Shalit prigioniero era sostituito da quello di Avner, il figlio diciottenne del primo ministro appena arruolato.

La decisione finale si gioca anche su questo. Soprattutto su questo: sulle emozioni. E su quella domanda che in tanti, a Gerusalemme come a Tel Aviv, a Haifa come Beersheba, a Eilat come a Netanya si pongono tutti: se fosse mio figlio?

La situazione. Tre ministri (Ehud Barak, Ely Ishai e Dan Meridor) vorrebbero accettare le richieste di Hamas: 980 detenuti palestinesi in cambio del fantasma Shalit. Altri tre ministri (Benny Begin, Moshe Yaalon, Avigdor Lieberman), invece, sono contrari. Finito? Non proprio. Gaby Ashkenazi, capo di stato maggiore, è per lo scambio. Yuval Diskin, guida dello Shin Bet (sicurezza interna) contrario.

Parità assoluta. In tutto questo, Netanyahu prende tempo. Ora vorrebbe consultare tutti i ministri. Poi ottenere il voto del Parlamento. Perché Shalit non è più soltanto un soldato. E’ anche l’assicurazione sulla vita (politica) di Abu Mazen e di Al Fatah. Così come il punto di svolta del processo di Pace. Politica. Roba da grandi.

Per Shalit, intanto, inizia il giorno 1275. Di prigionia.

Aggiornamento del 23.12.2009: secondo un sondaggio pubblicato su Haaretz, il 52% degli israeliani si dichiara disposto a “pagare qualsiasi prezzo” pur di salvare il soldato Shalit.

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