reportage

Appunti di viaggio / 2

ASHQELON – Arida e deserta. Con edifici chiari, strade vuote e il ronzìo dell’aria condizionata sempre presente. A vederla così uno non direbbe mai che è stata la causa dell’attacco a Gaza dello scorso inverno. Perché questa è stata Ashqelon, insieme alla «compagna di sventure» Sderot. Entrambe le città sono state colpite dai razzi Qassam di Hamas. I buchi sui tetti delle case, l’asfalto di una piazza squarciato e alcuni cartelli di avviso lo testimoniano. E per questo – almeno in via ufficiale – migliaia di soldati, centinaia di carri armati e munizioni (poco) convenzionali hanno fatto capire ai militanti di Hamas chi è che comanda nell’area.

Ashqelon, 110mila abitanti, dista una cinquantina di chilometri da Tel Aviv. La strada, asfaltata a nuovo e piena di cartelli in perfetto stile americano, alterna complessi industriali a zone desertiche. A volte è sabbia rossa. A volte terriccio. All’orizzonte il deserto del Negev. Qua e là cumuli di case basse. Bianche e nuove. Ogni tanto, ai bordi della strada, c’è qualche cantiere aperto. La manodopera – tutta di origine centrafricana – resiste e lavora sotto al sole quasi a picco.

Nel bus che porta all’ultima città prima della Striscia di Gaza la metà dei passeggeri indossa una divisa militare (in Israele la leva è obbligatoria dai 18 anni in su: 3 anni per i maschi, 2 per le donne). Ragazzi dall’aria stanca, annoiata. Alcuni dormono. Altri non si staccano un attimo dal proprio telefonino. A fianco, i fucili d’assalto con i caricatori attaccati con l’adesivo al corpo dell’arma. «Quest’anno finisco – mi dice un ragazzo sulla ventina – e poi potrò girare il mondo. Fare quello che fate voi europei: dormire in ostello a Barcellona, fare le ore piccole a Ibiza, bere un sacco di birra. Insomma, divertirmi». Ha i capelli cortissimi, gli occhiali Ray Ban sulla testa e le cuffie del lettore mp3 che pendono sulla giacca verde.

Il ragazzo non smette un secondo di scrivere messaggini. Anche quando risponde alle domande. Cosa va a fare ad Ashqelon? «Torno alla base – risponde – poi insieme agli altri andremo a Gerusalemme a vedere la città». Perché il servizio di leva in Israele è anche questo. Soprattutto questo. Gite – rigorosamente in divisa – nei luoghi simbolo di Israele.

«Un lavaggio del cervello», mi racconterà un’ex riservista sul lungomare di Tel Aviv. «Per due, tre anni non fanno altro che dirti che il Paese rischia l’estinzione, che bisogna difenderlo sempre. Che bisogna essere pronti ad imbracciare un fucile e ad uccide il nemico senza esitazione. Altrimenti ci sarà un altro Olocausto. E a quel punto sarà solo colpa nostra, perché non saremo stati in grado di difendere il nostro popolo». «La leva è il migliore modo di insegnare l’educazione civica», replicano i sostenitori della naja a questo tipo di interventi. Il dibattito, in Israele, è aperto. A tratti acceso. Ma di questo, i ragazzi con destinazione Ashqelon, non si interessano.

Il bus, intanto, si ferma in posti dove non c’è anima viva. Se non quella di altri soldatini in attesa di salire sui mezzi pubblici. Le divise verdi spuntano dal nulla e si riparano dal sole nascondendosi in pensiline di cemento e dalle forme improbabili.

La strada che porta al cuore di Ashqelon è un vialone pulito e con molto verde ai bordi. La città si estende per molto e spesso il cielo domina la visuale. Ma la stazione dei bus è un posto abbastanza squallido. Vicino, un supermercato con un agente della sicurezza all’ingresso che controlla qualsiasi zaino o contenitore prima di fare entrare i clienti.

Kippah e crocs. È l’abbigliamento di buona parte degli abitanti di Ashqelon. Copricapo spesso ricamato o di stoffa. Ai piedi, invece, questi sandali-zoccoli molto alla moda e molto venduti in Israele. Se chiedi com’è la vita, rispondono: «normale».

Ed è vero. Almeno a vedere quello che si fa ad Ashqelon: le persone vanno in Posta, fanno la spesa, bagnano le piante, passeggiano lungo i portici. «Anche se lo sguardo è sempre rivolto verso l’alto», dice – con un perfetto inglese – una ragazza che gestisce un fast food in HaGvura Rd, vicino al Municipio. Lei il sistema per difendersi l’ha trovato: «Se i razzi vengono da sud, basta camminare in modo tale da avere un edificio tra te e la posizione di Gaza». Sorride mentre prepara il falafel per due ragazzi. «È anche vero, però, che i razzi colpiscono soprattutto la parte meno abitata della città, non il centro», ci tiene a precisare. L’ultimo razzo? «A giugno, se non ricordo male. Ma ormai non ci faccio più caso».

Un po’ per abitudine. Perché ci si abitua a tutto, anche a oggetti di morte che piovono dal cielo senza che ci si possa fare qualcosa. Un po’ perché – a detta di alcuni – tra loro e la Striscia di Gaza c’è ormai un ammasso tale di soldati dell’esercito israeliano da costituire una garanzia.

Forze di sicurezza e abitanti di Ashqelon sembrano la stessa cosa. Ogni volta che passa una macchina della polizia o dell’esercito si percepisce un’aria di complicità e di ammirazione. Un po’ meno quando a incrociarsi sono arabo-israeliani e macchine verdi. I soldati li perquisiscono con gli occhi. I musulmani li sfidano. Via così, per metri e metri. Fino a quando non spariscono dalla visuale.

Quando il sole cala su Ashqelon la terra brucia ancora e l’aria condizionata continua a rappresentare l’unico sollievo. A pochi chilometri da qui c’è Gaza. Vista da lontano è un pasticcio di costruzioni. Un ammasso informe e silenzioso. Ma sempre pronto ad esplodere.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...