reportage

Appunti di viaggio / 1

Scorcio di Beit Sahour. In fondo, le costruzioni dell'insediamento israeliano (foto L.B.)

BEIT SAHOUR (West Bank) – Nassar Ibrahim è un signore magro e con pochi capelli. Fuma tante sigarette al giorno. E sempre in modo nervoso. Nassar Ibrahim è tante cose insieme: giornalista, scrittore, studioso. E un attivista per la Palestina.

Incontro Nassar nel bel mezzo dell’estate di quest’anno, negli uffici dell’Alternative information center, agenzia stampa dell’area, a Beit Sahour. A pochi chilometri da Betlemme e dal muro che separa Israele dalla West Bank. L’altra redazione dell’Aic è a Gerusalemme.

La stanza di Nassar è semplice e ha tutto l’essenziale: due scrivanie, due pc, una grande libreria. Sui muri sono appese delle cartine. Negli scaffali, invece, centinaia di libri. Qualche romanzo. Ma soprattutto dossier sulla condizione dei palestinesi. Numeri, foto, testimonianze. “Abbiamo il materiale necessario per accusare Israele per crimini contro l’umanità”, dice Nassar. Un po’ ci scherza. Anche perché lui è il primo dei disillusi.

“Anni e anni di denunce non sono servite a niente”, ammette Nassar. E via, a fumare un’altra sigaretta. Nel frattempo arriva un esponente di Al Fatah. Viene liquidato in fretta. Prevedibile la domanda sul movimento palestinese. “Un ectoplasma – sentenzia il direttore -, un organo incapace di governare una città, figuriamoci una nazione”. E Hamas? “Il peggio che ci potesse capitare”, risponde secco. Ma poi fa capire di non volerne parlare più di tanto.

L’Aic si proclama indipendente. Anche se, a leggere il sito, la questione israelo-palestinese viene vista soltanto dal versante West Bank. Informazione poco obiettiva? “Ma se Israele viene e ti piazza un muro alto otto metri tra casa tua e il terreno che coltivi o, peggio, il pozzo dal quale estrai l’acqua per vivere, c’è bisogno di fare informazione obiettiva? Basta descrivere i fatti nella loro crudeltà”, si arrabbia. Poi però non spiega i morti nei bus di Tel Aviv e Gerusalemme. E gli attentati nei centri commerciali. O meglio, giustifica così: “Quando crei delle condizioni di restrizione di tutte le libertà personali, non puoi pensare di allevare un vicino di casa calmo e pacifico”.

Il fatto, paradossale, è che Nassar odia la violenza. Non ha mai fatto ricorso. Ma non riesce a condannare i gesti di chi s’è fatto esplodere. O di chi ha sparato agli israeliani. “Violenza genera violenza”. Accendino, sigaretta e ancora a fumare. Nassar si alza e mostra la cartina della West Bank. Indica una linea sottile. Poi una un po’ più spessa. “Quest’ultima traccia la posizione del muro. E’ proprio dentro la Palestina. Non solo hanno eretto un muro senza chiedercelo, ma l’hanno anche fatto prendendo il nostro terreno”.

Per non parlare degli insediamenti. Nassar si avvicina alla finestra e indica qualcosa. “Vede là in fondo? – chiede – Quel gruppo ordinato di case bianche? Ecco, quello è un insediamento israeliano. Sulla nostra terra. Hanno elettricità e acqua tutto il giorno. Mentre qui, a tre chilometri di distanza, abbiamo acqua per pochissime ore al giorno. Se va bene”. Vicino alle case dei coloni ci sono costruzioni ancora da finire. “Si stanno allargando – dice Nassar -. E tra pochi mesi avranno toccato le ultime costruzioni di Beit Sahour. E allora sarà il caos”.

Ma una soluzione c’è? “Sono anni che la sto cercando. La realtà è che quella soluzione non c’è. Bisogna soltanto vivere alla giornata. E aspettare il giorno decisivo”. Fuori dagli uffici, Beit Sahour sembra un villaggio bruciato dal sole e un po’ caotico. L’insediamento israeliano, invece, ordinato e pulito.

© Leonard Berberi

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