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Voci e suoni da Israele e West Bank

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Quei 13,6 milioni di ebrei di tutto il mondo

Il doppio – o quasi – della popolazione israeliana. Quasi quanti sono quelli della sola Tokyo. In cifre: 13.580.000. Sono gli ebrei presenti sul pianeta Terra (nell’anno 2010). Li ha contati il professore Sergio Della Pergola per conto della Jewish People Policy Institute. I suoi dati sono finiti sulle pagine del settimanale britannico The Economist.

I numeri, dicevamo. Sono in aumento, rispetto al 1970. E anche rispetto al 1948, anno della fondazione dello Stato d’Israele. Meno, però, degli oltre 16 milioni del 1939. Prima dell’Olocausto, insomma. L’81% degli ebrei del mondo vive tra Israele (5,7 milioni) e Stati Uniti d’America (5,3 milioni). Il resto si divide tra Francia (483 mila), Regno Unito (292 mila), Russia (205 mila), Argentina (182 mila) e Germania (119 mila). In Italia siamo sotto quota 30 mila (28.400 per la precisione). «Vittima», questa cifra, anche di quei centinaia di giovani (e non solo) italo-israeliani che decidono di lasciare il nostro Paese per lo Stato ebraico. (l.b.)

(fonte: The Economist)

Arrestati gli autori delle scritte antisemite allo Yad Vashem. Sono tre ebrei ultraortodossi

Le scritte sul muro dello Yad Vashem. “Hitler, grazie per l’Olocausto” dice una scritta (foto da Ynet)

Niente antisemiti. E nemmeno palestinesi in tenuta da naziskin. A scrivere con lo spray “Hitler, grazie per l’Olocausto” e “Se Hitler non fosse esistito gli Sionisti l’avrebbero inventato loro stessi”, ecco, a scrivere queste cose proprio lì, in un muro del museo Yad Vashem di Gerusalemme erano tre ebrei ultraortodossi.

I responsabili, di 18, 26 e 27 anni, risultano residenti a Gerusalemme e a Bnei Brak, la città haredi a pochi chilometri da Tel Aviv. Secondo la polizia, che li ha arrestati martedì, sono membri della setta di Neturei Karta, quelli – tanto per intenderci – che da un lato rifiutano lo Stato d’Israele e dall’altro vanno a stringer le mani agl’iraniani di Ahmadinejad.

I tre avrebbero pure ammesso le loro colpe e gli inquirenti sospettano che siano gli stessi responsabili dell’atto vandalico all’Ammunition Hill durante il Memorial Day e di gesti simili in altri memoriali nella valle del Giordano. Ma più degli arresti, Israele scopre – ancora una volta – di avere nemici dentro il territorio.

© L.B.

LA STORIA / Shimon, Amnon e quei violini dell’Orchestra di Auschwitz

L'Orchestra maschile del campo di concentramento di Auschwitz

Ormai pelle e ossa per i mesi di fame e di lavori forzati, inorridito da quel che vedeva giorno dopo giorno, Shimon s’era rifugiato nella musica. E in quel violino, rovinato dall’umidità e dal freddo, che suonava quasi ogni giorno laddove l’umanità s’era smarrita per lasciare spazio all’orrore. Faceva parte, Shimon, dell’Orchestra sinfonica del campo di concentramento di Auschwitz. Tirata su nel bel mezzo dello sterminio non si è mai capito bene se per addolcire la morte agli ebrei o per renderla ancora più apocalittica. La banda, rigorosamente in divisa – ma in quella tipica dei deportati con la stella di Davide – suonava agli ordini del kapò del campo.

Una decina d’anni dopo, quando il mondo ancora doveva rendersi conto di quel che non aveva visto – di quel che non aveva voluto vedere – Shimon ha da tempo messo piede nella Terra promessa d’Israele. Bussa alla porta di questo negozio di violini e di riparazione degli strumenti musicali. Dall’altra parte del bancone c’è Amnon Weinstein, un giovanissimo garzone. Shimon fa vedere ad Amnon il suo violino. Più che un relitto è un cimelio, una testimonianza di quel ch’è stato e non deve più essere.

«Il violino era messo veramente male», ricorda ora Amnon Weinstein. E racconta di quello strumento che non è stati mai più suonato dai tempi del campo di concentramento. «Quando l’ho aperto, dentro c’era della cenere, cenere umana», continua Weinstein. Uno che ha perso decine di parenti nei lager nazisti, tra nonni, zii e cugini. Non era facile, nemmeno per lui, gestire quell’aggeggio. Soprattutto dopo aver incontrato uno che, grazie a quell’aggeggio, s’è salvato. «Non riuscivo a maneggiarlo come avrei dovuto e voluto, non riuscivo proprio ad avere un approccio», ricorda alla Npr Weinstein.

Amnon Weinstein mette a posto uno dei 18 violini della mostra (foto di Nancy Pierce / Npr)

Sono passati altri anni, una quarantina circa, prima che l’uomo potesse ritoccare quegli strumenti che avevano della morte. Quando, nel 1996, inizia a ricercarli i violi dell’Olocausto. Ci mette poco tempo. E si trova un archivio di legno accartocciato e corde sfibrate. Uno dei violini arrivava direttamente dall’orchestra maschile di Auschwitz. Oggi, diciotto strumenti fanno parte della mostra «I violini della speranza».

«Ogni volta che li suono, mi sembra di ripercorrere gli stessi passi nel freddo dei legittimi proprietari», dice David Russell, docente dell’Università del Nord Carolina, uno degli amici più stretti di Weinstein e collaboratore della mostra.

«Alcuni violini restaurati – racconta Weinstein – sono intarsiati con una Stella di Davide in madre-perla». Oggetti musicali, ma anche di culto, se è vero che molti di questi strumenti venivano appesi alle pareti delle case degli ebrei. Weinstein spiega che ha iniziato a raccogliere i violini per riportare a galla quel passato, ma anche per rompere il silenzio che aveva portato la sua famiglia a non parlare mai dell’Olocausto. «Quando ho chiesto a mia mamma la fine che avesse fatto il nonno», rivela l’uomo, «lei non ha risposto, ha preso un libro di storia e ha indicato una foto con un sacco di cadaveri».

Weinstein, qualche anno fa, ha sposato Assi Bielski. La figlia di uno dei combattenti della resistenza ebraica poi raccontata nel film «Defiance», quello con l’ex 007 Daniel Craig. «Però nella loro casa si parlava della Shoah e della guerra», continua il curatore di violini. E c’è quasi il rimorso per non aver fatto qualcosa di simile a questa mostra tempo fa. Qualcosa che potesse restare nella pelle delle persone, molto più di quei numeri tatuati sul braccio di chi, al tempo, aspettava la Terra promessa. E invece s’è ritrovato al’Inferno.

© Leonard Berberi

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