La fuga dei diplomatici israeliani: “Lo stipendio del governo non ci basta”
La diplomazia israeliana perde pezzi. Ma stavolta l’odiato ministro degli Esteri, Lieberman, non c’entra nulla. Stavolta alcuni attaché dello Stato ebraico hanno deciso di fare le valigie e di tornarsene a casa loro. Il motivo? Vengono pagati troppo poco.
Ne sa qualcosa quello che il quotidiano israeliano “Yedioth Ahronoth” chiama “Y”. Si tratta di un diplomatico che – parole sue – a malapena riesce ad arrivare alla fine del mese. «Sto pagando un mutuo in Israele in shekel», ha detto “Y”. «Solo che, ricevendo uno stipendio in dollari ed essendo il cambio tra le due monete sfavorevole per quella americana, di fatto ogni mese guadagno davvero poco per potermi permettere di pagare le rate».
Non solo. Racconta “Y” che oltre al mutuo, deve pagare 1.300 dollari al mese per l’educazione dei figli. Davvero troppo, considerando il fatto che guadagnava non più di 4.800 dollari (straordinari inclusi). Ed è così che ha fatto i bagagli e se n’è tornato a casa, dopo due anni di servizio negli Stati Uniti.
Come “Y” ce ne sono altri otto di diplomatici che hanno deciso di lasciare il loro lavoro. Tre sono stati di stanza negli Usa, due in America Latina, due in Asia e uno in Europa. Si tratterebbe – stando alle prime indiscrezioni – di un portavoce di «una grande ambasciata» e di «un importante inviato».
Per ora, complici le festività cristiane, l’affare non è ancora esploso. Anche se dal ministero degli Esteri fanno sapere che «si tratta soltanto di casi isolati e che c’entrano con le situazioni personali dei funzionari». Sarà. Ma stando ai racconti di molti diplomatici, gli uffici consolari israeliani si troverebbero in una situazione penosa e dannosa per l’immagine dello Stato ebraico.
Un esempio lo fornisce lo stesso “Y”. «Siamo così a corto di soldi, che per andare a incontrare il presidente americano Barack Obama ho dovuto prendere la metropolitana e non l’auto di servizio dell’ambasciata perché questo avrebbe comportato spese insostenibili per il nostro ufficio».
© Leonard Berberi
NOTA AI LETTORI: Falafel Cafè va in vacanza per un paio di giorni. Gli aggiornamenti riprenderanno il 3 gennaio. Grazie per la fedeltà con la quale seguite questo blog. A tutti voi, auguro un sereno 2011 (l.b.)


Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 1
Bibi, abbiamo un problema. Non uno piccolo, ma grosso così, quanto un ministero. Il fatto è che l’uomo in questione se n’era rimasto zitto per alcuni giorni. E, in questo tempo, la diplomazia israeliana aveva potuto respirare. Poi è successo che la Mavi Marmara, la nave della flottiglia su Gaza, è tornata in Turchia e lui, Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri e leader del terzo partito più forte d’Israele (Israel Beitenu), ecco Lieberman ha ripreso a tuonare.
«Non chiederemo mai scusa alla Turchia per il blitz del 31 maggio», ha urlato ai cronisti. Annullando, in questo modo, mesi di diplomazia (segreta) sull’asse Gerusalemme-Ankara e mettendo in imbarazzo il premier Netanyahu. Così in imbarazzo che in meno di 24 ore Bibi ha smentito Lieberman (un suo ministro), ha detto che chi parla al di fuori di lui lo fa a titolo strettamente personale, ma poi ha ufficializzato la posizione del governo ebraico sulla questione: «Niente scuse alla Turchia». Proprio quello che aveva dichiarato il ministro degli Esteri.
Il fatto è che le cancellerie di mezzo mondo non ne possono più di Avigdor Lieberman, sbeffeggiato con l’appellativo «Yvette». E non ne possono più nemmeno i suoi funzionari sparsi nelle cancellerie del pianeta. Un po’ perché l’uomo – a detta degli esperti – sa poco o nulla di diplomazia. Un po’ perché – sempre a detta degli esperti – l’uomo/politico/ministro non ha capito che ora è al governo e che qualsiasi cosa faccia o dica coinvolge la linea dell’intero esecutivo israeliano.
Un ebreo ultraortodosso guarda il poster elettorale con la faccia di Avigdor Lieberman (foto Afp / Getty Images)
«Quando Lieberman tuona contro le presunte bugie dei turchi», ha scritto Akiva Eldar in un commento su Haaretz, «i turchi farebbero meglio a prepararsi i rifugi». Perché, scrive ancora Eldar, «Lieberman, nella sua politica estera, sta attuando la filosofia dell’“occhio per occhio”». Una filosofia che «ha portato con sé sin da quando faceva il buttafuori in un bar».
Il giornale ricorda il precedente giudiziario di Lieberman. Nel 2001, il ministro era accusato dalla Corte di Gerusalemme di aver picchiato e ferito due ragazzini di 14 e 15 anni che avevano pestato suo figlio. Lieberman, per evitare la galera, ha patteggiato la pena ed è stato condannato a pagare una multa di 1.500 euro, più 2.000 a titolo di risarcimento danni nei confronti dei due minori picchiati. Il giudice, poi, aveva anche invitato Lieberman a stare alla larga dai comportamenti violenti per almeno due anni. Altrimenti, per lui, si sarebbero aperte le porte del carcere.
Nella sentenza, i giudici hanno dato anche un consiglio all’imputato, ricorrendo alle massime della Bibbia ebraica: «Cercate di non essere precipitosi nel raggiungere lo stato di rabbia, perché questa risiede in seno agli stolti», c’è scritto. «Il nostro ministro degli Esteri», ha commentato Akiva Eldar, «evidentemente non ha tenuto conto di quel suggerimento». Tant’è vero che i colleghi europei cercano di stare alla larga dalla «grande bocca di Lieberman» e tentano mediazioni con altri interlocutori. (fine prima parte, domani la seconda e ultima puntata)
Leonard Berberi