politica

Ecco la lista dei donatori di Netanyahu. Ci sono anche milionari di estrema destra

Eccola qui la lista. Piena di nomi, di scarabocchi e di appunti scritti a mano. Alcuni hanno dei numeretti a fianco. Altri sono stati cancellati con un tratto di penna. Una cosa accomuna tutti: si tratta di milionari.

I cronisti del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth sono entrati in possesso dell’elenco dei donatori della campagna elettorale di Benjamin Netanyahu. Una lista compilata nel 2007, quando Bibi era ancora all’opposizione. Una lista che ora, in uno dei momenti più delicati dei colloqui di pace con i palestinesi, rischia di diventare un problema per l’esecutivo israeliano visto che ci sono anche esponenti dell’estrema destra della diaspora ebraica.

Tra i nomi compaiono quelli dei miliardari Sheldon Adelson (casinò, hotel e crociere) e Ronald Perelman (supermercati, autoveicoli, sicurezza, lotteria). Ma anche – ed ecco qui le prime critiche – persone del calibro di Kenneth Abramowitz. Un personaggio che ripete ogni giorno a Netanyahu che «il problema israeliano è l’amministrazione Obama: finché ci sarà lui al potere, la nostra causa non vincerà mai». Un imprenditore che dona milioni di dollari per la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania.

Secondo i calcoli dello Yedioth Ahronoth, nelle ultime elezioni il 98% delle donazioni alla campagna elettorale è arrivato dall’estero. Nella lista ci sono anche nomi poi cancellati. Bibi li avrebbe tolti dall’elenco perché convinto che quei milionari non avrebbero mai dato un soldo al partito Likud.

Gli altri nominativi presenti sono stati divisi in quattro categorie, a seconda di quanto avrebbero potuto donare. Nel primo gruppo ci sono quelli stranieri con cui valeva la pena avere a che fare. Mentre vicino ad alcuni nomi ci sono anche dei 3 e dei 4: in pratica Netanyahu aveva scritto anche quanto avrebbero potuto offrire (in milioni di dollari).

Le critiche dello Yedioth si sono soffermate soprattutto sull’elenco dei donatori estremisti. Ma dall’ufficio del primo ministro hanno risposto che «le decisioni di politica interna ed estera di Netanyahu sono prese solo in base a ciò che è bene per lo Stato ebraico» e che «non subiscono in nessun modo l’influenza dei donatori della campagna elettorale, per quanto importanti possano essere».

Leonard Berberi

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attualità, economia

Continua la crisi dei prodotti agricoli. Dalle tavole rischia di sparire anche l’hummus

Dopo i pomodori, tocca all’hummus. Uno dei piatti tipici israeliani rischia di sparire per un po’ dalle tavole delle case e dei ristoranti. La carenza di legumi – a causa della siccità e degl’incendi – ha ridotto nello Stato ebraico le scorte di uno dei componenti principali dell’hummus: i ceci.

«Ci aspettiamo nell’immediato futuro una carenza di prodotti naturali salati», ha detto al quotidiano online Ynet Moshe Kauftell, amministratore delegato della Miki Delicatessen, uno dei maggiori produttori della salsa di ceci. «Questo vuol dire che i prezzi dei prodotti come l’hummus saranno ritoccati al rialzo».

Nel frattempo, sono a rischio intere linee di produzione. E Kauftell non nasconde le critiche nei confronti dell’esecutivo Netanyahu: «I ministeri della Finanza e dell’Agricoltura non hanno fatto nulla per arginare la crisi e per ora si rifiutano anche di ridurre le tasse sull’importazione di legumi e verdure».

Accuse che il ministero dell’Agricoltura ha respinto. «Non è vero che non facciamo niente – hanno detto i funzionari –. E non sono fondati gli attacchi sulle imposte: la tassa su ogni chilo di hummus è di appena 20 centesimi di euro. Meno di così ci resta solo l’eliminazione della tassa».

Leonard Berberi

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attualità

E ora israeliani e palestinesi litigano sull’inquinamento delle industrie cisgiordane

(foto di Mohammed Ballas / Associated Press)

Ci sono giorni, nel paesino israeliano di Mitzpeh Ilan, in cui il sole non si vede nemmeno. Una nuvola di fumo densa, irritante e pericolosa avvolge l’area almeno una volta alla settimana. Brucia gli occhi, raschia la gola, porta tumori.

Non è nebbia. E nemmeno un fenomeno atmosferico. Ma il risultato del lavoro sul carbone al di là della separazione in cemento armato che divide Israele e Cisgiordania. L’impresa incriminata si trova in Palestina. E poco ci si può fare per far smettere tutto questo.

Ilan Sadeh, il capo del Consiglio regionale di Menashe, arriva dal Kibbutz Ma’anit, una delle aree più colpite. Negli ultimi mesi non ha fatto altro che bussare alle porte del ministero della Protezione ambientale di Gerusalemme e dell’Amministrazione civile per risolvere la situazione. La puzza e il fumo hanno raggiunto livelli insopportabili. «Vogliamo respirare aria pulita e vogliamo vedere i nostri soldati gettar via le maschere antigas», ha detto Sadeh ai cronisti israeliani.

Il carbone incriminato viene lavorato nel villaggio palestinese di Yabed, proprio al di là del muro di separazione. L’impresa brucia il materiale carbonifero per tre settimane intere ogni mese. Yabed è coperta dal fumo per quasi un mese. E da quando è stata la barriera – tre anni fa – le nuvole cancerogene arrivano anche nei paesini israeliani limitrofi: Mitzpeh Ilan, Ma’anit, Metser, Umm al-Qutuf.

I fumi del carbone bruciato (foto di Moti Milrod)

«I nostri famigliari hanno gli occhi irritati, i polmoni sofferenti e frequenti problemi cardiaci», fa il punto Ilan Sadeh. L’aria è così irrespirabile che il commando centrale dell’esercito israeliano ha ordinato ai suoi soldati di operare indossando una maschera.

Potrebbe intervenire l’Amministrazione civile israeliana. Potrebbe far chiudere l’azienda. Del resto funziona senza permessi. Viola qualsiasi disposizione ambientale. «Ma mandare a casa centinaia di lavoratori – hanno spiegato i vertici dell’Amministrazione – vorrebbe dire creare un terreno fertile per il terrorismo».

Ora gli occhi – è il caso di dirlo – sono puntati sul dottor Walid al-Basha, della città di Jenin. Il tecnico, tornato dopo sette anni di studi specialistici in Giappone, ha progettato una sorta di area di lavoro dove il lavoro di bruciatura continua come è stato fatto negli ultimi anni, ma tutto il fumo viene incanalato verso un tubo e sparate in un’area dove i venti non possono portarlo verso le zone abitate.

Ci sarebbero pure dei donatori e l’Autorità palestinese – insieme all’Amministrazione civile israeliana – hanno già dato l’ok. Ma i lavoratori non vogliono la creazione di al-Basha e, per ora, non l’adottano. «Questo nuovo sistema riduce il peso del carbone del 30%», hanno detto i dipendenti. «Meno carbone prodotto vuol dire meno soldi nelle nostre famiglie».

L.B.

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L’ex premier Sharon diventa un’opera d’arte. Ma i suoi fedelissimi non apprezzano

Quello vero tra poco andrà nel ranch dei Sicomori, in mezzo al deserto del Negev. In ospedale non potranno più occupare – solo per lui, per i familiari e per la sicurezza – tre stanze. Quello finto, invece, fa bella mostra in una galleria d’arte di Tel Aviv. Se ne sta sdraiato – sempre quello posticcio – su un letto d’ospedale. Con una flebo a fianco, una coperta leggera e un pigiama azzurrino. Lo sguardo non dice nulla. Il volto è pieno di rughe. Il petto si alza e si abbassa, quasi il manichino respirasse per davvero. E una luce – un faro – gli arriva sparato sulla testa.

Ariel Sharon, il falco poi diventato colomba, è piombato sulla scena israeliana. Ma stavolta per motivi artistici. Perché una sorta di scultura dell’ex primo ministro israeliano sta facendo molto discutere per la violenza dell’immagine. E per le emozioni che sta suscitando nel Paese la visione di un uomo – un ex generale dell’esercito – che ha guidato Israele nei suoi momenti più difficili e che il 4 gennaio 2006 è stato colpito da un ictus che l’ha trascinato in un coma profondo.

Un finto Ariel Sharon nel letto d'ospedale (foto di Oz Meron)

«Non si tratta di arte. Qui ci troviamo di fronte ad un voyerismo nauseante», ha detto Yoel Hasson, parlamentare del partito Kadima, fondato proprio da Sharon (e ora guidato dall’ex premier Tzipi Livni). «Questo non è il modo in cui mi piace ricordare Ariel», aggiunge Raanan Gissin, ex consigliere e confidente di Sharon.

«È un modo per ricordare un politico come Sharon», ha spiegato Noam Braslavsky, autore dell’opera contestata. «In questo modo ho anche dimostrato che la malattia dell’ex premier israeliano è ancora un nervo scoperto». Ma l’opera che senso ha? «Vuole essere un’allegoria del nostro Paese», ha risposto l’artista. «Così come Sharon, anche il nostro Stato è sospeso tra cielo e terra». E perché gli occhi sono aperti? «Perché è la condizione del nostro governo: completamente cieco di fronte alla realtà».

I due figli – stando ai bene informati – non avrebbero detto una sola parola sulla mostra. Stanno organizzando il viaggio – l’ultimo – di loro padre nella grande casa nel Negev. Dove, al momento giusto, potranno seppellirlo vicino alla moglie.

Leonard Berberi

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attualità, cultura

Gli ebrei criticano l’Oscar a Godard: “E’ un antisemita”

«Daranno davvero un Oscar ad un noto antisemita»? La domanda – che è anche il titolo dell’intervento – se l’è posta Benjamin Ivry sul sito web Forward.com e riguarda il premio alla carriera che l’Academy darà al regista franco-svizzero Jean-Luc Godard alla prossima cerimonia.

L’autore della “Nouvelle Vague” e il regista di film come “Fino all’ultimo respiro” e “Questa è la mia vita” è stato accusato da ben due biografie di essere un antisemita. Ed è proprio per questo motivo che la sua amicizia con un altro grande regista – François Truffaut – si sarebbe dissolta alla fine degli anni Sessanta.

Jean-Luc Godard, 80 anni

Entrambi i libri (“Godard, la Biografia” di Antoine de Baecque e “Everything is cinema” di Richard Brody) raccontano dell’«insana ossessione» del regista per gli ebrei. Un esempio: nel 1968 Godard in presenza dell’amico Truffaut avrebbe chiamato «sporco ebreo» il produttore Pierre Braunberger, tra i principali sostenitori della “Nouvelle Vague”. Offesa davanti alla quale – scrivono i due libri – Truffaut se ne andò e non rivolse mai più la parola a Godard.

E ancora: in un’intervista del 1991 al quotidiano della sinistra francese “Liberation”, bollò lo Stato d’Israele come «un cancro sulla mappa del Medio Oriente». Fino ad arrivare al documentario del 1976 “Ici et Ailleurs” (“Qui e altrove”) nel quale Godard ha messo in parallelo le vite di due famiglie – una palestinese e una francese – alternando immagini di Hitler e Golda Meir (ex primo ministro israeliano), come due tiranni opposti.

Sempre nello stesso documentario Godard avrebbe difeso anche il massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. «Prima di ogni finale olimpica dovrebbe essere diffusa un’immagine dei campi profughi palestinesi», avrebbe poi proposto a chi l’ascoltava in quell’istante.

La replica dell’Academy Awards non s’è fatta attendere: «Siamo consapevoli che Godard nel passato ha pronunciato dichiarazioni che qualcuno ha interpretato come antisemite. Siamo anche al corrente delle circostanziate contestazioni a questa accusa. L’antisemitismo è naturalmente disdicevole, ma non abbiamo trovato le accuse contro Godard persuasive».

Leonard Berberi

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attualità

A Gerusalemme gli studenti inaugurano l’anno accademico copiando il telefilm “Glee”

Al posto degl’incontri pomposi loro hanno preferito cantare (“Somebody to love”) nei corridoi, nel bar, per le scale. E, già che c’erano, hanno lanciato anche un bel po’ di messaggi al Paese: coinvolgendo un palestinese, persone con qualche chilo in più e un omosessuale. Il tutto è stato ripreso da una telecamera. Poi montato sul modello del serial “Glee”. Quindi caricato su YouTube. Dove ha ricevuto un mare di commenti positivi. Questa volta senza distinzioni.

E tutto per inaugurare in un modo alternativo (e seguendo il modello di alcuni college americani) il nuovo anno accademico alla Hebrew University di Gerusalemme il 10 ottobre 2010. Il video dura poco più di cinque minuti e tocca alcuni dei luoghi più frequentati dell’ateneo. I ragazzi – chi più, chi meno coordinato – cantano, ballano, sbeffeggiano. Mentre tutt’intorno i docenti raggiungono le aule universitarie, altri studenti ripassano una lezione oppure mangiano al bar interno. (l.b.)

Il video

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attualità, politica

Una giornalista meglio degli 007. Trova una donna ricercata e mette nei guai Barak

Il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak e la moglie Nili Priel (foto Ap)

Ricordatevi questo nome: Carmela Menashe. È una giornalista. Meglio: un mastino. Lavora per la radio militare di Gerusalemme e non si ferma di fronte a nulla. Nemmeno quando si tratta di indagare sul ministro della Difesa, Ehud Barak (laburista).

Succede che Barak, insieme alla moglie, sono coinvolti in un fastidiosissimo problema d’immagine e di sicurezza nazionale: hanno fatto lavorare come domestica una donna filippina da due anni senza permesso di soggiorno. Una illegale, insomma. E quando la coppia è stata interrogata dai servizi di sicurezza dello Shin Bet, Nili Priel, la moglie di Barak, ha detto di non essere più in grado di rintracciare la donna e di non aver mai avuto un suo numero di cellulare.

Gli 007 si sono messi in moto. Hanno cercato in tutto il Paese. Ma niente. La donna è sparita nel nulla. La pratica è stata quindi archiviata. Ma Carmela Menashe non s’è accontentata. Ha iniziato a indagare e, in meno di due giorni, non solo ha rintracciato l’ex domestica, di nome Virginia, ma l’ha anche intervistata. Mettendo in imbarazzo la famiglia del ministro. E battendo – ancora una volta – i servizi segreti.

«Nili (la moglie di Barak) ha sempre avuto il mio numero di cellulare», ha raccontato la donna. «E io, per il ruolo che svolgevo dentro la loro casa, potevo entrare e uscire quante volte volevo, senza che qualcuno mi perquisisse».

Il caso è diventato un problema nell’esecutivo Netanyahu, anche lui alle prese – qualche mese fa – con uno scandalo relativo alla sua vecchia collaboratrice domestica. La moglie di Barak è ora sospettata di aver nascosto le informazioni che avrebbero consentito agli uomini dello Shin Bet di trovare la donna. Stando alle informazioni raccolte dalla radio militare la questione è stata sottoposta al giudizio del Consigliere legale del governo che dovrà decidere se aprire una indagine sulla moglie di Barak oppure lasciar perdere.

Leonard Berberi

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