Falafel cafè

Voci e suoni da Israele e West Bank

Archive for the month “settembre, 2010”

E con la fine della moratoria i palestinesi tornano a lavorare negli insediamenti ebraici

Il paradosso è che a soffrire di più per la moratoria imposta da Netanyahu sulle nuove costruzioni in Cisgiordania sono stati i palestinesi. Persone come Walid Hassoun. Per dieci mesi i bulldozer di questo imprenditore edile della città arabo-israeliana di Tira, sono rimasti fermi dalle parti dell’insediamento ebraico di Yakir. Spenti, sotto al caldo cocente e alla pioggia battente.

Il signor Hassoun – scrive il quotidiano Haaretz – «gode di ottima reputazione ed è ritenuto affidabile dai coloni ebrei in Cisgiordania». È alla sua impresa che si sono rivolti gl’insediamenti di Revava e Yakir per aggiungere nuove costruzioni. E lo faranno anche nei prossimi mesi. In questi giorni, insieme al figlio, Hassoun sta visionando lo stato di avanzamento dei lavori congelati per tutti questi mesi.

Muratori palestinesi lavorano stano costruendo una palazzina nell'insediamento ebraico di Har Homa, a sud di Gerusalemme (foto di Jim Hollander / Epa)

Per ogni signor Hassoun, poi, ce ne sono altri cento – palestinesi anche loro – che dalla mattina fino al calar del sole si guadagnano da mangiare tirando su muri, decorando case e rifinendo stanze. Muri, case e stanze di proprietà dei coloni, ovviamente.

Lavorare per il «nemico». Lavorare con il «nemico». S’era già visto a Gerusalemme Est. Con tutte quelle case ebraiche edificate anche di sabato, anche durante il Sukkot, anche durante la Pesach. Tutti momenti in cui vige il riposo assoluto. Ecco, ci hanno messo qualche settimana i giornalisti a capire che a metter mano nelle abitazioni degl’israeliani erano i palestinesi.

Gente, i palestinesi, che preferisce lavorare. Sopravvivere. E, perché no, mettere anche qualche soldo da parte. La politica, la religione e i proclami di Hamas a loro non interessano. Semmai li usano come rumore di sottofondo di una giornata piena di carriole, badili, cazzuole, mattoni e cemento.

Leonard Berberi

La Corte Suprema boccia i marciapiedi separati del quartiere ultraortodosso di Gerusalemme

Interpretazione dopo interpretazione hanno finito con il tirar su un muro. Fisico, soprattutto. Ma anche sociale. Con gli uomini obbligati a camminare da una parte e le donne dall’altra. Una divisione così ingombrante che i giudici della Corte Suprema d’Israele hanno detto basta. Di muri – è stato il loro ragionamento – «ne abbiam già troppi. Facciamoci bastare quello del Pianto e quello che ci separa dalla Cisgiordania».

Chi ha visitato il quartiere Mea Shearim di Gerusalemme, l’angolo di mondo dove si concentrano gli ebrei ultraortodossi duri e puri, quella divisione non può essersela persa. Soprattutto negli ultimi mesi. Un simbolo, ormai, della segregazione sessuale imposta alle donne da interpretazioni religiose che, è il caso di dirlo, non erano proprio ortodosse.

Uno scorcio del quartiere ultra-ortodosso Mea Shearim di Gerusalemme, dove donne e uomini passeggiano separati (foto di Tomer Neuberg)

Per non parlare della richiesta di una fazione di ebrei ultraortodossi – gli Eda Haredit -, gli stessi che l’anno scorso avevano tuonato contro la donazione degli organi bollandola come «omicidio», ecco gli Eda Haredit avevano proposto di vietare alle donne l’accesso a Mordechai Street, la via principale del quartiere Mea Shearim, «per evitare che gli uomini si trovino troppo vicini alle donne». C’è voluto l’intervento della polizia – che spesso non vuole interferire nel quartiere – per evitare la chiusura selettiva.

E comunque. Con una sentenza storica la Corte Suprema ha dichiarato illegale la pratica dei marciapiedi separati fra i due sessi. Non solo. Ha anche autorizzato una marcia di protesta di un gruppo femminista (Ella-Israeli Feminist Group) contro la segregazione proprio nel quartiere sotto osservazione. La stessa organizzazione che ha fatto ricorso ai piani alti della giustizia israeliana perché ponesse fine all’apartheid sessuale.

Dicono – anzi: scrivono – i giudici che «l’imposizione di marciapiedi separati vìola in modo flagrante i principi dello Stato di diritto e dell’uguaglianza fra i sessi, e per questo va sventata». E ancora: «Non deve essere consentita in nessun modo la costituzione di realtà di controllo pubblico come le “guardie della modestia”» annunciati nel quartiere per garantire il rispetto delle norme e delle restrizioni che i rabbini ultraortodossi pretendono di applicare a chiunque si trovi a passeggiare nel quartiere ultra-religioso.

Vittoria delle donne anche sul diritto di manifestazione. «Non è una provocazione – hanno motivato i giudici -, anzi è una legittima protesta in difesa dei diritti della donne».

Leonard Berberi

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Cisgiordania, dopo la fine della moratoria i coloni tornano a costruire a pieno regime

Si torna a costruire in Cisgiordania (foto Ap)

Tu chiamale se vuoi costruzioni. Intanto loro, i coloni israeliani, non hanno esitato nemmeno un secondo. A moratoria (dieci mesi) scaduta hanno iniziato a posare le prime pietre, ad accendere le ruspe, a far rumoreggiare le cazzuole. E a far tintinnare sempre di più le lancette di un orologio – quello dei colloqui di pace – che ora sembra il timer di un esplosivo.

E comunque. Scrivono i giornalisti di Haaretz, Yedioth Ahronoth, Ma’ariv e Jerusalem Post che in tutta la Cisgiordania è un costruire senza sosta. Chissà, forse perché i coloni stavolta temono – nonostante il silenzio-assenso – che Netanyahu possa imporre un’altra moratoria. Più per far tacere gli Usa che per dare un’accelerata al dialogo con il palestinese Abu Mazen.

Ruspe in azione nei pressi di Ariel (foto Ido Erez)

I più attivi sembrano gli abitanti dell’insediamento di Ariel, uno dei più grandi in tutta la Cisgiordania. Il suono degli attrezzi da lavoro e delle ruspe ha dominato tutta la giornata di lunedì. Dalle otto del mattino il paesaggio s’è trasformato in quello di dieci mesi fa. Polvere spinta dal vento, echi sinistri di bulldozer che scavano grandi buche e uomini al lavoro. Per ora – ad Ariel – hanno solo raddrizzato il terreno. Costruiranno una cinquantina di abitazioni. Quelle che servono per ospitare le decine di famiglie evacuate nel 2005 dall’insediamento Netzarim, nei pressi di Gaza. Per cinque anni hanno vissuto in roulotte o prefabbricati di metallo, di quelli che fanno impazzire di caldo d’estate e di freddo d’inverno.

«È un nostro diritto vivere qui», dice allo Yedioth Ahronoth Itzik Vazan, un ex residente della colonia di Netzarim. «La Linea Verde, il confine del 1967, è una cosa virtuale e politica. E questi colloqui sono solo uno spettacolo che si sta avvicinando al fallimento».

Si costruisce comunque. Si costruisce ovunque. Duemila abitazioni in tutta la West Bank. Non solo ad Ariel. Ma anche a Ravava, Yakir, Kochav a Hashachar, Shavei Shomron, Adam, Oranit, Sha’arei Tikva, Kedumim, Karmei Tzur. Costruzioni legali, soprattutto, perché tutti i progetti hanno avuto l’ok di Gerusalemme prima del congelamento di dieci mesi. Anche se – fa notare il progressista Haaretz«il numero di abitazioni tirate su in Cisgiordania durante questo governo Netanyahu resta ancora lontano dal picco massimo raggiunto ai tempi del primo esecutivo di Yitzhak Rabin». Correva l’anno 1977.

Leonard Berberi

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