Prima
Araba israeliana. Ma di famiglia cristiana. S’è offerta volontaria nell’esercito. E dopo mesi di addestramento, è entrata nei Karaka, l’unità combattente che opera lungo i confini. Caso raro. Soprattutto perché Elinor Joseph è la prima ragazza araba arruolata in un’unità militare di questo tipo. Nonostante il nome e il cognome. E’ nata a Jish (Galilea), ma vive nella parte bassa di Haifa, in un quartiere a maggioranza araba.
Tripla sfida per Elinor. Uno: dimostrare – da donna – di essere all’altezza. Due: dimostrare – da araba – di meritare la fiducia e il posto. Tre: dimostrare – da persona respinta dagli amici – di aver fatto la scelta giusta. Perché lo scorso aprile, quando è andata ad arruolarsi, molti dei suoi amici arabi le hanno tolto il saluto. E nemmeno il suo inserimento fra le reclute ebree è stato facile. Troppa diffidenza. Troppa distanza culturale. Almeno all’inizio.
Ma la determinazione – e qualche pianto – l’ha portata laddove voleva arrivare. Prima ha superato il corso di infermiera militare. Poi è stata ammessa nella unità Karakal. Adesso inizia la lunga strada della carriera militare. Alla faccia di chi l’ha fatta sentire diversa.
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“Meglio morti”
Allenare la nazionale di calcio israeliana? “Meglio morire di fame”. La risposta, poco elegante (a voler usare un eufemismo), l’ha data Hasan Shehata, allenatore della nazionale egiziana e neo-vincitore della Coppa d’Africa.
A proporre a Shehata di mettersi alla guida della squadra di Tel Aviv ci ha pensato un gruppo di cronisti sportivi israeliani. Ma invece di rispondere con un semplice – e indolore – “No grazie”, Shehata ha voluto metterci del suo. E, a conferma del suo caratteraccio che somiglia molto al suo sguardo profondo e cattivo e alla sua mascella che mastica amaro, ha risposto piccato – e incattivito – ai giornalisti ebrei.
“Israele sta cercando un allenatore per la propria nazionale di calcio. Shehata ha una grande personalità e riesce a gestire i grandi campioni all’interno della squadra, sarebbe l’allenatore ideale per la nazionale israeliana”, ha detto in diretta tv un famoso cronista israeliano, Daniel Shahak.
Ma il ct egiziano gli ha risposto subito: “Per tutta la mia vita ho sentito dire che Israele uccide i nostri figli e le nostre donne, che bombarda i villaggi e le città. Questa è la prima volta che sento dire che Israele gioca a calcio. È assurdo solo pensare che io possa allenare la squadra di questo paese», ha riferito al quotidiano arabo “al-Masri al-Youm”.
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Guerra alle pellicce. Anche se con qualche eccezione. E tutto questo per insegnare a rispettare gli animali. E per impedire ogni genere di crudeltà. Per la gioia degli animalisti di tutto il mondo.
Israele capofila. Israele prima di tutti. Una commissione interministeriale, riunitasi domenica a Gerusalemme, ha preso questa storica decisione. Il divieto di importazione riguarda ogni genere di pelliccia. Anche se, precisano dalla commissione, sarà consentita invece la lavorazione delle pelli di ovini, bovini e cammelli.
L’iniziativa del governo, che sarà ora sottoposta al parere della Knesset, lascia aperta una importante eccezione, su richiesta ultimativa dei partiti ortodossi che temevano venisse messo fuorilegge lo ’shtreimel’, il cappellone cilindrico foderato di pelliccia (code di volpe all’esterno, cuoio e velluto dentro) indossato dagli zeloti in occasione di festività. Così, il governo israeliano consentirà anche in futuro la importazione di quelle pellicce “che siano necessarie al culto religioso”.
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“Hanno dato una mano importante all’economia del Paese”. “No, a conti fatti, nulla è cambiato”. Economisti divisi sull’incidenza dell’immigrazione sovietica degli anni ‘90 in Israele. 950mila persone, il 15% della popolazione.
Lo Yedioth Ahronoth ha intervistato due esperti per capire se, due decenni dopo, qualcosa è cambiato nell’economia del Paese.
Da un lato c’è Shlomo Maoz – capo dell’Excellence Nessuah, una società d’investimenti – che si dice “estremamente entusiasta” sul contributo che gli immigrati russi hanno dato all’economia nazionale. “I russi hanno salvato Israele più e più volte”, dice Maoz. “Hanno migliorato la nostra situazione sotto ogni punto di vista. Hanno aumentato il numero dei consumatori e hanno dato vita a centinaia di imprese in più, da quella elettrica a quella dei biscotti”. L’import e l’export ne hanno tratto vantaggio – continua Maoz – e anche l’industria high tech.
Dall’altro lato, c’è Joseph Zeira, professore della Hebrew University. “Nonostante il contributo positivo – sostiene Zeira – gli immigrati russi non hanno portato a una rivoluzione economica”. Perché? “Nel breve periodo, è vero che i russi hanno aumentato la domanda di beni di consumo mettendo fine, nel 1989, alla recessione causata dalla prima Intifada. Ma nel lungo periodo, non è facile dire cosa hanno fatto gli immigrati all’economia israeliana. Penso che, anche senza loro, la situazione sarebbe stata la stessa di oggi.
Zeira, poi, smentisce la tesi di Maoz sul contributo all’high tech: “Il grande salto tecnologico è avvenuto prima dell’arrivo dei russi – dice il professore -, alla fine degli anni Ottanta, quanso il governo tagliò il budget alla Difesa e molti ingegneri furono costretti a reinventarsi e a trovare un nuovo lavoro”.
A vent’anni di distanza, l’ondata di immigrati russi continua a far discutere. E a dividere.
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Leila Ghannam nel suo nuovo ufficio di Ramallah, in un palazzo modesto di cinque piani (Yedioth Ahronoth)
Un segnale preciso ad Hamas. E al resto del mondo. Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, ha sorpreso tutti scegliendo una donna – la prima in assoluto – come governatrice di Ramallah (la capitale dell’Anp) e del distretto di al-Bireh. Per mandare a dire ad Hamas che l’Anp è moderno, civilizzato e premia la meritocrazia. Per comunicare a tutte le donne palestinesi che con i sacrifici anche loro possono fare tutto. E per mostrarsi al mondo occidentale come un interlocutore valido – anzi, il più valido – nel dialogo con Israele.
Lei si chiama Leila Ghannam, ha 35 anni ed è nata nel villaggio di Deir Dibwan, a pochi chilometri da Ramallah. Nelle file del Fatah, il partito di Abbas, fin dai tempi delle superiori, Leila ha scalato in fretta i gradini dell’Anp diventando uno dei responsabili delle forze di sicurezza palestinesi.
Viene poi messa a capo della segreteria del ministero del Welfare e nel frattempo si prende anche un dottorato in psicologia. Quello che poi colpisce di Ghannam è anche il fatto che è single e senza figli. Figura insolita in una società che fa della famiglia uno dei nodi della propria cultura.
“Il nostro presidente non fa distinzioni di sesso, ma vuole soltanto avere a che fare con persone capaci di affrontare i problemi della nostra società”, ha detto la Ghannam a un cronista dello Yedioth Ahronoth. In quanto al vertice di Ramallah, Leila ha anche il comando delle forze armate palestinesi. E dovrà, proprio per questo, gestire i contatti tra il suo esercito e quello israeliano.
“Ramallah è la nostra capitale politica ed economica. Ma è Gerusalemme quella eterna”, continua la Ghannam. E Hamas? “Qualsiasi suo tentativo di destabilizzare il nostro territorio sarà fermato con il pugno di ferro”, risponde al britannico Times.
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Elementi aggiunti recentemente
- Prima
- “Meglio morti”
- Stop alle pellicce. Sì agli shtreimel
- Studiosi divisi sull’immigrazione russa
- Una donna palestinese alla guida di Ramallah
- “I cani di oggi come gli ebrei perseguitati di ieri”. Polemica in Austria
- Oscar da galera
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