Israele e Iran alla sfida degli Oscar

25 gen

Mentre i vertici politici e militari decidono cosa fare, la sfida tra Israele e Iran per ora è al cinema. Alla notte degli Oscar, per la precisione. Dove, nella nomination per la statuetta per il miglior film straniero, concorrono due pellicole particolari: una dello Stato ebraico (“Footnote”), l’altra di quello Islamico (“A separation”). Film, e qui sta la cosa divertente, entrambi in pole position. Entrambi hanno già vinto qualcosa. Il primo a Cannes (premio per la miglio sceneggiatura). Il secondo ai Golden Globes (miglior film straniero).

“A separation” – per chi non l’avesse visto – racconta la storia di una coppia iraniana di fronte al dilemma di lasciare il Paese per offrire al loro figlio una vita migliore oppure restare per accudire un genitore che ha gravi problemi fisici.

“Footnote”, dell’israeliano Joseph Cedar (lo stesso di “Beaufort”) è, invece, la storia di una grande rivalità fra padre e figlio, entrambi studiosi del Talmud in una prestigiosa università. A maggio ha vinto al Festival di Cannes (intendi: più vicino ai palati cinefili europei) il premio per la miglior sceneggiatura.

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Se la marijuana abbatte il muro dell’odio tra coloni e palestinesi

24 gen

Mettete un po’ di stupefacenti ai negoziati di Pace. Magari serve a qualcosa. Anche perché hai voglia a star lì a sederti, a disquisire, a discutere, a tracciare linee su una mappa che è cambiata ogni anno e che varia – di centimetro in centimetro – ogni ora. La soluzione al conflitto pare sia la droga. Almeno a leggere certi bollettini della polizia.

Scrivono, i «mattinali», che tra i pusher palestinesi e quelli israeliani il muro – fisico e politico – non c’è. Del resto, quando si tratta di fare affari, anche il gatto e il topo s’accordano, s’intendono, mettono da parte le divergenze. Ecco, dice la polizia israeliana di aver scoperto alcuni dei giovani coloni degli insediamenti-bunker di Itzhar, Itamar e Har Bracha, roccaforti in Cisgiordania delle frange estreme del movimento nazionalista-religioso ebraico.

Giovani che – è bene precisarlo – non perdono giorno e occasione per scontrarsi con i vicini-nemici arabi. Ma che, quando si tratta di sballarsi un pochino e di provare il brivido del proibito, non esitano a mettersi in contatto con gli stessi dirimpettai palestinesi per comprare  un po’ d’«erba». Qualche volta si avventurano in piena Cisgiordania, anche in villaggi come Hawara, sempre più campi di battaglia dove si scontrano le diverse ideologie religiose.

Le indagini sono soltanto all’inizio. Ma il sospetto della polizia è che la barriera dell’odio ideologico (ed etnico) vada letteralmente in fumo quando si stratta delle sostanze stupefacenti.

© Leonard Berberi

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“Israele deve uccidere Obama per difendersi dall’Iran”. Bufera sul commento di un giornale ebraico

21 gen

Più chiaro di così, si muore. «Il premier israeliano deve ordinare al Mossad di uccidere Barack Obama in modo che il suo successore possa difendere Israele dall’Iran». Firmato Andrew Adler, proprietario e direttore dell’Atlanta Jewish Times, in un articolo pubblicato il 13 gennaio scorso sul giornale della comunità ebraica della capitale della Georgia.

Apriti cielo. Un esponente della comunità ebraica americana che chiede la testa del presidente, l’uomo più potente del mondo. Che il rapporto tra Obama e gli ebrei statunitensi non sia più quello di un tempo è cosa nota. E infatti lo staff presidenziale sta cercando di ricucire i rapporti in vista delle elezioni di quest’anno. Ma una richiesta così esplicita proprio non s’era sentita. Soprattutto in un Paese dove la memoria – in fatto di attentati ai presidenti – corre subito alla ferita di Dallas e alla morte di John Kennedy.

L'articolo scritto da Andrew Adler

Adler elenca tre opzioni per difendere Israele dall’Iran. Il primo: lanciare un attacco preventivo contro Hamas ed Hezbollah. Il secondo: bombardare i siti nucleari iraniani. Il terzo: «dare il via libera agli agenti del Mossad presenti negli Usa per eliminare un presidente considerato poco amico di Israele e in modo che l’attuale vicepresidente, Joe Biden, prenda il suo posto e ordini con forza che la politica degli Stati Uniti preveda l’aiuto allo stato israeliano nel distruggere i suoi nemici».

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, Adler si sarebbe già scusato per l’articolo e si sarebbe detto «molto dispiaciuto». Seguito – e smentito – dalla comunità ebraica di Atlanta, che ha diffuso un comunicato in cui condanna le dichiarazioni del direttore come «scioccanti e incredibili». «Pur sapendo delle scuse di Adler», scrivono i vertici della comunità, «siamo sbalorditi che abbia potuto dire una cosa simile». Forte anche la condanna del direttore della Anti-Defamation League, Abraham Fox: «Non ci sono scuse, giustificazioni, ragioni per questo tipo di discorsi». Fox riconosce però che «le idee espresse da Adler riflettono alcune posizioni estremistiche che sfortunatamente esistono, anche nella nostra comunità, secondo cui il Presidente Obama è un “nemico del popolo ebraico”».

© Leonard Berberi

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